Questa settimana al cinema

Questi quindici giorni in arrivo saranno, per i più interessati, si densi di proposte evitabili (in realtà inevitabili, visto il reale stato attuale del cinema italiano e non solo) ma anche ricchi di approdi su grande schermo per pellicole di registi (veri, per la maggior parte) tanto apprezzati quanto attesi nella diffusione delle loro nuove opere.

Questa settimana è il caso del genio di Gus Van Sant, fresco di Cannes per il suo nuovo L’amore che resta (in realtà si intitolerebbe Restless, il cui significato potrebbe anche essere, quindi, leggermente diverso), i cui protagonisti (un esordiente Henry Hopper assolutamente identico al padre Dennis e una Mia Wasikowska “sifilidelmente” azzeccata per un ruolo tutt’altro che facile) incarnano l’essenza di due adolescenti rispettivamente ad un punto di svolta (tanto nel bene quanto nel male) relativamente alle loro vite destinate ad incrociarsi. Enoch è un adolescente interrotto: appena riemerso da tre mesi di coma, smette di frequentare il liceo per cominciare ad intrufolarsi furtivamente, anche se ben vestito per l’occasione, in funerali non di suoi conoscenti. Fedele al suo amico immaginario Hiroshi (un invisibile aviatore morto suicida nella seconda guerra mondiale), in una di queste cerimonie funebri, Enoch incontra la giovane e bella Annabel, con la quale condivide sia l’età che la fascinazine per il concetto stesso di morte. Ma annabel ha un cancro che le concede ancora poco tempo da vivere. Deciso, così, a rendere indimenticabile l’ultimo periodo di vita della ragazza, Enoch farà di tutto per aprirsi di nuovo alla vita e riscoprire il senso più intimo e universale dell’amore. Considerando la caratura dell’autore (non solo premio Oscar per Will Hunting: genio ribelle ma anche accademico sperimentatore con pellicole sublimi come Elephant, Last days e il monumentale e ingiustamente misconosciuto Gerry), potrebbe essere giudicabile come un prodotto imperdibile. Staremo a vedere.

Nel frattempo, arriva nelle sale (di nuovo…ancora…) il nuovo capitolo (il quinto!) del tormentone generazionale Final destination (regia di Steven Quale, con Nicholas D’Agosto, Emma Bell, Miles Fisher) che, come al solito (altro no nci si potrebbe francamente aspettare) massacra tutti i partecipanti alle (chissà fino a che punto) casuali vicende in cui l’unico vero protagonista (ma guarda un po’) è la Morte con la M maiuscola, quella che non lascia scampo, onestamente, neanche alla pazienza di chi sceglie di pagarne il biglietto, fosse anche solo per godersi il 3D. Ad ogni modo, come negli episodi precedenti, la signora M si scatena anche dopo la premonizione di un uomo che riesce a salvare un gruppo di colleghi in seguito al terrificante crollo di un ponte sospeso. Unico problema: gli ignari protagonisti dell’accaduto (che novità!) non sarebbero mai dovuti uscirne sopravvissuti. E allora via alla caccia all’uomo da parte di entità invisibili (meglio definibili come una specie di serie di sfighe colossali). Se è vero che “è bello ciò che piace”, a voi la scelta.

Tornando a cose serie, rende felici assistere al ritorno dietro la macchina da presa, si, di un veterano, ma soprattutto di uno sperimentatore morale con pochi simili. Stiamo parlando dell’ottantenne maestro Ermanno Olmi e del suo Il villaggio di cartone (con Michael Lonsdale, Alessandro Haber e l’ex “replicante” Rutger Hauer, anche lui di ritorno sul grande schermo). La storia è incentrata su un assunto principale: una vecchia chiesa non serve più e deve essere svuotata di tutti i suoi arredi sacri, incluso l’enorme crocifisso disposto in testa al grande altare. Restano solo le panche in un grande spazio vuoto. Il vecchio prete, da tempo assegnato a quella chiesa, non vuole rassegnarsi a questo destino, contrariamente al sacrestano che invece, anche se a malincuore, ne prende comunque atto. Ma, ad un tratto, un folto gruppo di clandestini piomba nella chiesa in cerca di rifugio, finendo per formare una sorta di piccolo villaggio. Il sacerdode vede l’evento come una mano divina e contribuisce ad un rinvigorimento della sua chiesa. Ma all’esterno gli uomini della legge si fanno sempre più minacciosi.

Non si sa quanto utile invece possa essere una pellicola del calibro di L’amore fa male (regia di Mirca Viola, con Stefania Rocca, Nicole Grimaudo, Paolo Briguglia), miscela di sentimenti ed intrighi che vedono come protagonisti tre giovani coppie le cui difficili situazioni obbligano a trovare una sossospecie di senso al concetto stesso di amore tra menzogne e infedeltà; né si riesce bene a cogliere (se non per vie esclusivamente commerciali) il motivo per cui Carlo Vanzina continui ad avere la possibilità di fare film come Ex: amici come prima, onestamente più che futile sequel di Ex, fortunato (ma discutibile) predecessore di firma Fausto Brizzi. Anche stavolta vengono narrate storie diverse che si intrecciano nell’estrema esigenza di narrare storie che definire appartenenti ad un genere come la Commedia all’Italiana rischia di essere un’offesa per diretti inventori già pronti a rivoltarsi nella tomba.

Incerto (quindi da testare) è, invece, Abduction – Riprenditi la tua vita (regia di John Singleton, con Taylor Lautner, Lily Collins, Alfred Molina), thriller d’azione al gusto di effetti speciali narrante le gesta di Nathan Harper, un individuo che ha sempre avuto la sensazione di vivere la vita di qualcun altro. Un giorno, però, casualmente, vede l’immagine di se stesso da bambino su un sito web di persone scomparse. Di lì in poi, allora, cominciano a materializzarsi tutte le sue paure più profonde apprendendo che suo padre e sua madre non sono i suoi veri genitori e che la sua stessa vita non è altro che una grossa menzogna (si noterà, tanto per principio, che non siamo di fronte ad una trama poi così nuova). Tutto gli è stato nascosto allo scopo di nascondere qualcosa di ben più pericoloso e oscuro di quanto si possa immaginare.

Interessante, invece, più dal punto di vista stilistico ed emotivo potrebbe essere Jane Eyre (regia di Cary Fukunaga, con Michael Fassbender, Mia wasikowska, Jamie Bell), adattamento cinematografico dell’omonimo capolavoro autobiografico della scrittrice inglese Charlotte Bronte (1847). Jane Eyre, dunque, fugge da Thornfield House dove lavora come governante per il ricco Edward Rochester. La residenza, isolata ed imponente, assieme alla freddezza disumana di Rochester, hanno messo a dura prova la resistenza della ragazza fin dal suo arrivo nelle vesti di povera orfana. Riflettendo sul suo passato e provando a recuperare una spiccata sensibilità umana, la giovane decide, però, di ritornare da Edward che, però, sta nascondendo un terribile segreto.

Buona visione.

Stefano Gallone

 

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