Questa settimana al cinema

“Tra alti e bassi” sembra ormai essere, se non la parola d’ordine, almeno la risposta più plausibile alla domanda “Come procedono le uscite cinematografiche in questo periodo?” Certo, l’estate inoltrata, salve alcune eccezioni, non è mai stata la stagione migliore in ambito di proposte in cellulosa. Ce lo insegna anche Nanni Moretti in quella famosa scena di Caro diario, dove il buon regista gira per le strade di una Roma deserta al caldo estivo e si ferma al cinema Fiamma di via Bissolati (vuoto) per vedere un film appena osannato dalla critica: Henry, pioggia di sangue. Disastro.

Cercheremo, dunque, di non scambiare, fin dove possibile, degli potenziali fallimenti per “pus underground ad alto costo”, seppur tra una scelta a dir poco scarna (soltanto un paio di film) e alquanto superficiale almeno in ambito mainstream.

Di pus strabordante da foruncoli adolescenziali (almeno per quanto riguarda i gusti di qualche non più adolescente) si potrebbe parlare per Diario di una schiappa (regia di Thor Freudenthal, con Zachary Gordon, Robert Capron, Rachel Harris), francamente poco indispensabile trasposizione per grande schermo delle già poco utili pagine dell’omonimo libro di Jeff Kinney, definito dal protagonista stesso, l’undicenne Greg Heffley, non tanto come un diario quanto come un “giornale di bordo” delle sue strampalate vicende da ragazzino sfigato in piena pubertà ed evoluzione psicosomatica in perenne rischio di trauma esistenziale. Se il testo di riferimento è ormai diventato un vero e proprio cult editoriale seriale (più delle opere di un certo Dan Brown), si spera (forse) che ciò non accada per l’omonimo film (anche se un sequel è già in dirittura d’arrivo), incentrato sulla storia del buon Greg in procinto di fare il suo ingresso alle scuole medie dove, però, il mondo che gli si spianerà davanti sarà completamente differente da quello finora esplorato. Al suo fianco troverà Rowley, già compagno di scuola delle elementari, che però ha la pecca di essere seriamente sovrappeso e bamboccione. Una serie di caratteristiche non proprio favorevoli, dunque, collocherà entrabi sul fondo di una graduatoria relazionale che non solleverà le già difficili condizioni di rapporto interpersonale con i propri compagni. A voi la scelta.

In linea diametralmente opposta (thriller) ma, se non altro, dotata di un minimo di serietà scenica e approccio registico un tantino più lavorato e con un pizzico di esperienza in più (che non fa mai male), riscontriamo, invece, Vanishing on 7th street (con Hayden Christensen, Thandie Newton, John Leguizamo) per la regia di Brad Anderson, già apprezzato autore di pellicole di un certo spessore come Session 9 e L’uomo senza sonno (film cupissimo e molto notevole, per recitare nel quale il bravo Christian Bale perse qualcosa come 28 chili di peso, in pieno, anzi estremo, rigolre nei confronti del metodo Stanislavskij). In linea con l’oscurità che trapela eternamente nel cinema di Anderson, quindi, il regista statunitense ci scaraventa, stavolta, nei meandri di una Detroit da incubo. All’interno di un multisala, dunque, in seguito ad un black out scompaiono misteriosamente nel nulla tutti gli spettatori presenti: di loro restano solo alcuni residui di pop corn smangiucchiati e vestiti abbandonati sulle rispettive poltrone. La stessa e identica situazione si ripete tra le mura di un ospedale della stessa città, dove a scomparire sono, invece, pazienti e dottori. Resta in loco solo un fisioterapista e un paziente abbandonato sotto i ferri nel pieno di una delicata operazione chirurgica. Solo il giorno successivo, però, Luke Ryder, un reporter televisivo, si sveglia e si accorge, sconcertato, che l’intera popolazione della città è letteralmente scomparsa nel nulla. In più, la corrente elettrica manca ovunque. Cosa sarà accaduto? A voi scoprirlo fotogramma dopo fotogramma, tenendo ben presente che la totale mancanza di inutilità espressiva è una caratteristica più che positiva, oltre che pilastro portante, del cinema di Anderson; pertanto, ci si aspetta da lui, di nuovo, un lavoro sicuramente duro ma assolutamente non privo di significato. Da testare.

Buona visione.

Stefano Gallone

 

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6 Risponde a Questa settimana al cinema

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    Pietro 29/07/2011 a 12:49

    Confido nel fatto che si tratti di un lapsus, tuttavia è un peccato leggere un articolo di cinema e imbattersi dopo poche righe nell’infelice espressione “proposte in cellulosa”…

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  2. avatar
    Stefano Gallone 29/07/2011 a 15:37

    Ringrazio della precisazione, però confido anche io nel fatto che si tratti di una perdita di tempo: è infatti un peccato mortale leggere un commento e imbattersi in una considerazione che nulla ha a che fare col cinema. Parliamo di film, grazie. Ripeto il mio mantra: se non siete interessati, non leggete.

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  3. avatar
    Pietro 29/07/2011 a 17:58

    Sono lieto di constatare che le critiche costruttive non solo non sono ben accette in redazione, ma non ne viene nemmeno colto il senso. Confondere “celluloide” con “cellulosa” non è un fatto grave di per sé e mi stupisce la mancanza di disponibilità al confronto che lei dimostra con un lettore che, evidentemente interessato al pezzo e a fruire di un prodotto di qualità, si prende il disturbo di portare alla sua attenzione un errore che, posto nell’incipit di un articolo in cui si presume che l’autore sia competente di materia cinematografica, a mio parere, rischia di dissuadere una persona più accorta dal proseguire nella sua lettura. E’ come rievocare il passaggio di un testo latino e sbagliare un caso nel citarlo.
    Se poi non avete interesse a fare le cose come si devono, potevate anche scrivere “cellulite” e sperare nell’ignoranza dell’italiano medio, ma a questo punto le propongo un nuovo mantra: se non volete farlo correttamente, non scrivete.

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    Stefano Gallone 30/07/2011 a 01:10

    Gentile Pietro,
    per quanto mi riguarda accetto tutte le critiche di questo mondo. E anche tutti i miei colleghi, perciò, la prego, non faccia di tutta l’erba un fascio (ho citato bene?). Le rinnovo il ringraziamento posto all’inizio della mia risposta. Da parte mia non c’è nessunissima mancanza di disponibilità, semplicemente non capisco questo suo accanimento su una sola parola da me usata, giusta o scorretta che sia. Fa bene a farmelo notare, per carità, e se crede che io le abbia mancato di rispetto faccia pure, ma dovrebbe credere anche alla bocca che emette la (per lei) mancanza di rispetto e indisponibilità al confronto (la mia) quando dice che non è per una parola o per una considerazione ad essa relativa che chi scrive non dovrebbe più scrivere perché incompetente in materia cinematografica.
    Seguirò il suo consiglio, comunque: non scriverò mai più “cellulosa” per non incappare in qualcosa che, ripeto, a mio avviso non è di fondamentale importanza, pena la condanna a morte di chi scrive.
    Grazie comunque del suggerimento didattico.

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  5. avatar
    Stefano Gallone 30/07/2011 a 01:26

    Toh: “Con triacetato (o anche con acetilcellulosa o semplicemente acetato), viene indicato il triacetato di cellulosa (CTA, dall’inglese Cellulose TriAcetate), cioè il materiale che ha sostituito, verso il 1940, la celluloide (o nitrato di cellulosa), che, a causa della sua estrema infiammabilità, si era rivelata troppo pericolosa come supporto per le pellicole foto-cinematografiche” (Wikipedia)
    Sbaglierò e, di certo, sarò ignorante in chimica (questo è sicurissimo), ma allora qualcuno sbaglia con me.
    Le rinnovo i saluti nel più cordiale ed amichevole dei modi.

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  6. avatar
    Anonimo 30/07/2011 a 01:37

    Volendo: “Una pellicola cinematografica è un nastro di poliestere o di triacetato di cellulosa che contiene una serie di diapositive (fotogrammi), che vengono proiettate in successione tramite un apposito proiettore cinematografico” (Wikipedia)

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