Questa settimana al cinema: “Lo Hobbit” sbanca il botteghino

Settimana succosissima di approdi in sala, questa in corso. In primis, saranno eccitatissimi i fan di una certa tipologia Fantasy ben propensa verso concezioni filosofico-spirituali. E dunque, eccoli serviti: dopo l’ormai stoica trilogia de Il signore degli anelli, che tanto ha affascinato così come fatto discutere o creato semplicemente sogni, idee o riferimenti a contesti reali più o meno risolvibili, il dottor Peter Jackson, come promesso e annunciato già da alcuni anni a questa parte, torna sugli schermi di tutto il globo terracqueo con Lo Hobbit (con Ian McKellen, Martin Freeman, Richard Armitage, James Nesbitt), quarta notevole (soprattutto in ambito di evoluzione tecnica, chissà quanto in ambito narrativo) trasposizione per grande schermo degli scritti più importanti del genio che fu John Ronald Reuel Tolkien, praticamente prequel della ben più nota saga da Terra di Mezzo poiché ambientata ben sessanta anni prima che il celeberrimo Frodo iniziasse il suo viaggio verso Gran Burrone e oltre. Suo zio Biblo Baggins, dunque, all’epoca, viveva, con i suoi simili, in tranquillità presso la sua contea, almeno fino a quando Gandalf il Grigio non sarebbe accorso in casa sua lasciando per sempre un segno indelebile. Poco dopo, dodici nani, guidati dal loro capo Thorin Scudodiquercia, si impossessavano della casa dello Hobbit Bilbo per arruolarlo e costringerlo a partire con, in testa e nel cuore, il desiderio irrefrenabile di riconquista del loro regno, Erebor, ormai da troppo tempo caduto sotto la scure del malvagio drago Smaug. Anche se, forse, con meno propensione alla produzione di una nuova trilogia (a detta di molti), resta comunque da considerare lo stesso Jackson come uno dei maggiori innovatori del cinema del XXI secolo.

Su ben altri versanti ma non con minore dose di interesse, anche se comprensibilmente associabile quasi esclusivamente ad un luogo ormai immondo, ipocrita, ladro e narcisisticamente marcio come il nostro “bel paese”, uno dei pochi veri comici dotati di una certa genialità distinguibile in un marasma produttivo ben più che qualunquista risponde, sempre, al nome di Antonio Albanese, al ritorno sugli schermi cinematografici italiani nuovamente nelle vesti del terribile politico Cetto La Qualunque, in associazione con le trasmigrazioni nelle sembianze del “fattone” ultras foggiano Frengo (andatevi a rivedere alcuni suoi filmati con la Gialappa’s per le annate migliori delle fatidiche puntate di Mai Dire Gol, nei momenti di santificazione zemaniana più misticamente irresistibile: creperete dalle risate) e nel folle leghista Olfo per il curiosissimo Tutto tutto niente niente (regia di Giulio Manfredonia, con, oltre il “trino” Albanese, Lorenza Indovina, Lunetta Savino, Nicola Riganese, Davide Giordano), sorta di sequel del precedente Qualunquemente in quanto riprende le danze dal momento in cui il “buon” La Qualunque entra in politica evidenziando, però, come la sua tutt’altro che brillante carriera venga stroncata all’istante da una valanga di arresti riguardanti i vari membri della sua scellerata giunta comunale. Nel frattempo, il buon “Olfo” Favaretto coltiva i suoi sogni secessionisti nordisti aspirando all’Austria e trafficando clandestini. Lontano dal suo territorio di origine, invece, lo strambo Frengo fugge alla giustizia e a una madre forse troppo ingombrante ma viene subito rintracciato e arrestato per spaccio di stupefacenti. Ma un sottosegretario particolarmente abile in questi maneggi libererà sia lui che La Qualunque, incentivando anche Olfo a raggiungere Roma assieme agli altri due per poi scaraventarli letteralmente tra le mura del Parlamento. Buon divertimento. O buona intossicazione morale, se preferite.

Un altro film potenzialmente imperdibile, quasi sicuramente ben più dei due precedentemente elencati, è il nuovo (capo)lavoro del maestro Ken Loach, fresco di rifiuto nei confronti di un importante premio all’ultimo Torino Film Festival perché troppo (da sempre) attaccato a tematiche di fondamentale importanza sociale, civile, morale e, sostanzialmente umano. Il suo nuovo La parte degli angeli (con Paul Brannighan, John Henshaw, Roger Allam, Jasmine Riggins), dunque, anche se riallacciandosi a toni più commediografi come quelli già sperimentati dal fido sceneggiatore Paul Laverty per Il mio amico Eric (2009), guadagna a pieno merito il Premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes attraverso la narrazione delle vicende che vedono il giovane recidivo Robbie evitare il carcere ma essere condannato a recuperare se stesso per tramite di lavori socialmente utili. Con, accanto, una giovane compagna e un figlio appena nato, Robbie viene preso in affidamento, per tali obblighi, da Rhino il quale, dopo un pestaggio nei confronti del giovane accusato, decide di aiutarlo ad entrare nell’ambiente de gustativo da whisky dopo aver percepito in lui spiccate qualità organolettiche. Sarà così, allora, che Robbie, assieme ad alcuni “colleghi” di riabilitazione, verrà in mente un piano riguardante “un colpo alcolico” che, nel caso andasse in porto, potrebbe valere per tutti pace, serenità e prosperità.

Abbandonando al macero, infine, il solito Neri Parenti che, pur tentando di camuffarne le sembianze sotto diversa titolazione, rimane pur sempre riconoscibilissimo in qualità (si fa per dire) di scialbo e irritante fautore di “cinepanettoni” moralmente massacranti, in ambito italiano potremmo, eventualmente tentare di pagare un biglietto di sala per L’innocenza di Clara (di Toni D’Angelo, con Chiara Conti, Alberto Gimignani, Luca Lionello). Tratta da una storia vera, la pellicola è incentrata sulle vicende di una coppia di amici, Maurizio e Giovanni, uniti fraternamente sia nella vita che nella passione per la caccia. Imprenditore, l’uno, e scultore, l’altro, assieme condividono una vita tranquilla, almeno fino a quando Clara, giovane donna di cui Maurizio si innamora perdutamente, affascina anche Giovanni. Clara, però, sposa Maurizio e, come se non bastasse, ha come amante Marco, un cantante locale. Di qui, ha avvio una serie di “passaggi di consegna” affettivi che scombussoleranno le abitudini, le certezze e, in sostanza, le vite di tutti: la caccia sportiva, insomma, si trasformerà in caccia all’uomo.

Buona visione.

Stefano Gallone

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