Quando scompare un idioma

Allarme dell’Unesco: 248 lingue originali dell’America Latina rischiano l’estinzione

di  Laura Dabbene

Famiglia indio dell'America Latina

SANTIAGO (CILE) – Accanto agli animali e ad alcune specie vegetali il pianeta Terra rischia di perdere, nel giro di pochi decenni, un’altra fetta importante del proprio patrimonio, questa volta culturale e antropologico. L’Unesco pone all’attenzione del mondo il pericolo di scomparsa di ben 248 lingue originarie dell’America Latina, di cui 64 in Brasile e 53 in Messico.

Una lingua si ritiene a rischio estinzione quando ne sopravvivono così pochi locutori e quando non ne vengono più assimilate la conoscenza e l’uso da parte delle nuove generazione, tali da non garantirne la sopravvivenza. I linguisti sostengono che almeno 3000 dei circa 7000 idiomi del mondo si perderanno entro il 2100. Parte degli studiosi ritiene si tratti di un grave problema: le differenze linguistiche incarnano secolari conoscenze culturali locali e la loro drastica riduzione comporterebbe la perdita definitiva di componenti chiave per comprendere la storia umana, ma anche di preziosissimo materiale di studio attraverso cui si è in grado di esplorare e svelare le capacità della mente che presiede allo sviluppo della parola. È vero anche che meno lingue implicherebbero una maggiore facilità di comunicazione internazionale e che i costi dei processi di traduzione potrebbero così essere ridimensionati, ma l’idea estrema di un’unica parlata globale, che garantirebbe la massima efficienza economica, suggerisce un inquietante e totale appiattimento di quelle diversità che rendono stimolante la conoscenza, la ricerca e l’incontro con lo straniero.

I processi di estinzione linguistica sono molteplici, ma il più comune si verifica quando una comunità, prima divenuta bilingue, abbandona la lingua originale per adottare quella di più recente adozione. Alla base di questo fenomeno di assimilazione vi sono possono essere ragioni economiche o utilitaristiche, ma possono pesare anche condizionamenti culturali o storico-politici, come è stato per i dialetti nel nostro Paese. La morte di una lingua può a volte essere un processo forzato di natura violenta, detto linguicidio, come la distruzione degli idiomi nativi a seguito di molti processi di colonizzazione, in particolare quello spagnolo nelle Americhe. Altri meccanismi pesano sull’uso o meno di una lingua, dal divieto d’uso da parte dalle autorità politiche alla competizione linguistica, dallo sterminio programmato delle popolazioni che parlano un determinato idioma alla loro scomparsa naturale, accompagnata dalla perdita anche della cultura tradizionale.

Giovane aborigeno australiano

Non deve stupire che il pericolo di estinzione linguistica riguardi principalmente i paesi centro e sud americani, oppure l’Australia o gli stati del continente africano: qui si concentrano una miriade di lingue originarie di strettissimo uso locale, poche migliaia di locutori, ed è un dato assodato che le regioni con la più alta biodiversità siano anche quelle con la maggiore varietà di linguaggi. Ma anche nazioni come gli Stati Uniti e il Canada non sono esenti da questo fenomeno di riduzione linguistica: delle 300 lingue native praticate nel 1492 su un’area pari a quella degli attuali USA, soltanto 6 hanno oggi più di 10.000 locutori e in Alaska è rimasto un solo individuo a conoscere l’Eyak. In Europa tra le lingue scomparse già nel XX secolo vi è l’Ubykh, idioma di ceppo caucasico noto per avere la più alta componente consonantica mai riscontrata.

Tali perdite sono devastanti non solo per le singole comunità, che vedono svanire la propria identità, ma hanno conseguenze persino su scala globale. Esse cancellano uno dei mezzi più efficaci per identificare le antiche vie migratorie tra continenti, ma anche un patrimonio lessicale indispensabile per la comprensione della diversità biologica del regno naturale: molte specie vegetali della foresta tropicale hanno una terminologia specialistica proprio nelle lingue indigene e nei dialetti. Le previsioni non sono certo delle migliori e le più pessimistiche parlano di una scomparsa, entro la fine del secolo, del 90% delle lingue attualmente parlate nel mondo. Soltanto 600 idiomi sono infatti considerati completamente al sicuro da qualunque rischio di perdita perché ancora imparati dai bambini.

Eppure, prestando attenzione all’allarme lanciato dall’Unesco, ci si augura che progetti di recupero scongiurino quello che sarebbe un danno irreparabile. La speranza si intravede nei quattro studenti hawaiani che, nel 1999, hanno completato il percorso scolastico avendo studiato esclusivamente nella lingua originaria delle isole o nelle attuali 2000 persone che usano correntemente l’antica lingua della Cornovaglia dopo che, morta nel 1777 l’ultima locutrice, rischiava di essere per sempre dimenticata.

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