Quando anche il Sudan chiama a gran voce la primavera araba

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Quando anche il Sudan chiama a gran voce la primavera araba

Khartum – La settimana scorsa migliaia di sudanesi hanno riempito le piazze di tutto il Paese per protestare contro le nuove misure di austerity che il presidente, Omar al-Bashir, annunciava in conferenza stampa il 22 settembre. Dopo la violenta repressione da parte delle forze dell’ordine, che ha causato un centinaio di vittime, le manifestazioni sono diventate una vera e propria rivolta mirante ad ottenere le dimissioni in blocco del governo. E’ forse giunta anche in Sudan la ‘primavera araba’?

Al grido di libertà, pace e giustizia e con le fotografie in mano dei dimostranti morti per mano della polizia, i manifestanti stanno chiedendo la fine del regime autoritario di al-Bashir, ricercato tra l’altro anche dalla Corte Penale Internazionale per crimini contro l’umanità, dando così vita alle proteste più massicce da quando salì al potere, ventiquattro anni fa. Le tensioni ed il malcontento tra la popolazione ed il governo sono cresciute a causa della fallita gestione dell’economia nazionale e nel corso delle politiche pubbliche che hanno portato nel 2011 il Sud Sudan a diventare uno stato indipendente, mantenendo circa tre quarti della produzione di petrolio del Sudan.

Durante questi ultimi due anni, parecchi scioperi delle più diverse categorie professionali hanno contestato la precaria realtà della nazione, dove più della metà della popolazione vive sotto la soglia della povertà. Ma oltre alla grave situazione di crisi economica ed instabilità politica che logora il Paese centroafricano, i cittadini devono far fronte ora ad un incremento dei prezzi del carburante, essendo stati ridotti i sussidi per l’acquisto di greggio, causando a sua volta un aumento dei costi alimentari e dei beni di prima necessità. Per di più, questi ultimi hanno inoltre accusato il presidente di attingere alle casse del Paese per combattere movimenti ribelli armati su tre diversi fronti: la regione d’Abyei, per il controllo dell’oro nero, il Darfur e Kordofan per la ricomparsa di conflitti religiosi ed ideologici.

I disordini sono cominciati nella città di Wad Madani, capitale di Gezira in Sudan centrale, ma si sono diffusi rapidamente in almeno nove distretti di Khartum, la capitale del Sudan, e in sette città distribuite su tutto il territorio del Paese. L’apparato di sicurezza era tuttavia impreparato all’eventualità che al-Bashir temeva: gli scontri di classe, precisamente la propagazione delle proteste, delimitano materialmente la geografia d’impoverimento che caratterizza il Paese. Probabilmente questo fatto imprevedibile ha comportato una risposta smisurata da parte del governo, il quale ha dato l’ordine di disperdere i manifestanti lanciando indiscriminatamente pallottole di gomma, gas lacrimogeni e perfino sparando sulla folla.

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Quando anche il Sudan chiama a gran voce la primavera araba

La polizia ha inoltre effettuato oltre settecento arresti ed ha circondato diverse Università per evitare l’insurrezione studentesca. In aggiunta, il governo ha imposto un blackout mediatico, oscurando internet e forzando la chiusura delle attività del giornale più venduto – “al-Intibaha”. Le informazioni che arrivano sulla rivolta e sulle vittime rimangono imprecise, in quanto provenienti solo da alcune testate internazionali o attraverso Twitter tramite l’hashtag #SudanRevolts, perciò il numero esatto dei morti è ancora sconosciuto ma si stima che si aggiri intorno alle duecento persone.

Nonostante i due tentativi falliti per spodestare al-Bashir, da quando sono cominciate le rivolte nel mondo arabo nessuno si sarebbe aspettato un “risveglio” del popolo sudanese tale da generare una “nuova primavera araba”, in quanto il Paese è sempre stato al margine del mondo islamico, e diveniva quindi improbabile assistere a qualsiasi seria trasformazione politica. Ora  però, l’inerzia  dovuta alla convinzione che il solo al-Bashir potesse garantire una stabilità governativa si è trasformata in rabbia.

Troppi sono i morti causati dalle atrocità dei metodi statali vissuti in prima persona e non più esclusivamente in zone periferiche (come prima) ma anche nella capitale del paese; è stato forse questo il detonante che, unito alla disperazione economica, sta cominciando a dissolvere l’apatia politica di massa che per tanto tempo ha dominato la nazione. Sarà la fine di al-Bashir? Anche se non siamo ancora prossimi ad arrivare ad una risposta, di sicuro in Sudan qualcosa si sta muovendo, mai così forte come adesso.

Sandra Alvarez

Foto: indexoncensorship.org, nbcnews.com, cnn.com

 

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