Primo discorso da libera di Aung San Suu Kyi

Aung San Suu Kyi libera

Rangoon – Aung San Suu Kyi ha tenuto il suo primo discorso pubblico da donna libera nella sede del suo partito, la Lega nazionale per la democrazia, edificio da cui mancava da ben 7 anni a causa degli arresti domiciliari. Stime ufficiali parlano di oltre 40 mila persone presenti, riunitesi in attesa di ascoltare le prime parole che avrebbe pronunciato la leader dell’opposizione. Il premio Nobel ha confermato di voler tornare alla vita politica attiva, ha mostrato una volontà di ferro e un carisma per niente infiacchito dai lunghi anni di reclusione. Di nuovo leader politica dunque, ha ripreso a lottare per la democrazia in Birmania. Ha esortato la folla a “lavorare con tutte le forze democratiche, senza perdere la speranza per un futuro migliore”. La leader democratica si è riferita al suo Paese con l’antico nome, Birmania invece di Myanmar, scelto dalla giunta militare al potere.

La base della democrazia è la libertà di parola” – ha ribadito Aung San Suu Kyi, aggiungendo che “c’è democrazia quando il popolo controlla il governo. Accetterò che il popolo mi controlli”. Il simbolo della dissidenza birmana ha così sottolineato “di aver bisogno dell’energia della popolazione, perché niente può essere raggiunto senza la partecipazione della gente. Bisogna camminare insieme”. Il premio Nobel ha incontrato anche una trentina di diplomatici stranieri, asiatici e occidentali, che hanno atteso a lungo per poter parlare con lei. Nel corso della prima conferenza stampa dopo la sua liberazione, la leader dell’opposizione ha annunciato chiaramente che sarà a favore della riconciliazione nazionale e del dialogo. Nelle sue parole non una traccia di rabbia, di risentimento per la prigionia degli ultimi 15 anni. È apparsa lucida, serena e coerente nel riprendere la lotta per la libertà. In un’intervista alla BBC news ha anche dichiarato di essere pronta ad incontrare i generali della giunta militare alla guida del Paese, aggiungendo che non serba alcun rancore verso coloro che l’hanno tenuta prigioniera. La reclusione non ha indurito il suo cuore. Non c’è spazio per la vendetta nella lotta per la democrazia.

Aung San Suu Kyi

Alcuni analisti politici hanno sostenuto che la giunta militare al potere abbia acconsentito alla liberazione di Aung San Suu Kyi perché ormai la ritengono inoffensiva, come se i lunghi anni di prigionia abbiano svalutato i valori che lei incarna. Tuttavia appare poco credibile che l’oligarchia al potere abbia dato una valutazione così superficiale della situazione, sottovalutando la tenacia e la volontà di ferro di una donna, la cui voce non è stata messa a tacere nemmeno dalla prigionia forzata. Appare più probabile che le forze governative abbiano scelto ciò che ritenevano fosse il male minore. Dopo le elezioni dello scorso 7 novembre giudicate una farsa da tutto l’Occidente, prolungare gli arresti domiciliari del leader dell’opposizione con un pretesto non sarebbe stata una buona mossa strategica. Il non intervento di conseguenza è apparso all’oligarchia militare il male minore. La dittatura birmana ha preferito così offrire alla comunità internazionale un segnale di buona volontà. Ma è difficile credere che l’obiettivo della giunta militare sia finalmente la cooperazione con le altre società democratiche a favore del trionfo delle libertà fondamentali.

È più facile credere che esistano interessi economici tali per cui il governo di Rangoon abbia tutto l’interesse di lanciare un segnale di apertura all’opposizione e al mondo occidentale. In palio c’è l’abolizione delle sanzioni economiche decretate dalla comunità internazionale nei confronti della Birmania. Risulta dunque importante non scambiare un gesto di buona volontà con un calcolo strategico puntuale effettuato da parte di una delle dittature più corrotte del pianeta volto a favorire la causa degli affari, invece che quella della libertà. Quello che è certo e che si comprende a pieno dalle stesse parole di Aung San Suu Kyi è che “la Birmania ha bisogno di aiuto. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti, delle nazioni occidentali, di quelle orientali, di tutte”.

Margherita Kochi


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