Primo album solista di Jack White

La copertina di "Blunderbuss"

I White Stripes hanno rappresentato una nuova realtà nel panorama rock di inizio millennio. Il duo composto da Jack e Meg White, con sei album in dieci anni scarsi di carriera, ha conquistato le classifiche di vendita grazie ad una manciata di singoli azzeccati; distinguendosi sia per la loro energia sul palco, che per un’immagine minimalista ma al contempo estremamente studiata. Una miscela innovativa ma basilare di hard rock anni ’70, garage rock, blues, unita alla violenza del punk che è stata in grado di creare un vastissimo seguito di fan. Sciolta la collaborazione con Meg White (peraltro anche ex moglie di Jack) Jack White ha continuato a cimentarsi in collaborazioni, progetti musicali paralleli e produzioni. Tra i tanti progetti il chitarrista di Detroit ha sfornato anche questo nuovo Blunderbuss, primo suo album solista. Interessante il fatto che White abbia interamente scritto e registrato il disco, producendolo tramite la Third Man Records, sua personalissima etichetta discografica indipendente, fondata nel 2001.

Missing Pieces apre le danze. Un riff poppeggiante spiana la strada ad un giro blues sostenuto da un cantato serrato ma melodico, prima di un assolo marcio e gracchiante in perfetto stile Jack White, che apre la strada ad un finale con il pianoforte che si rende protagonista.

Sixteen Saltines, secondo singolo estratto dall’album si sostiene grazie a un giro di grassi accordoni. Un brano in stile White Stripes, che va a pescare dalle influenze più rock del musicista americano. Un riff a metà strada tra il blues ed il pop è il tema portante della successiva Freedom at 21, caratterizzata da un cantato quasi rap, che crea stranamente un buon contrasto con il solo selvaggio e distorto di metà brano.

Love Interruption è il primo singolo estratto. Un delicato giro di piano introduce una linea di accordi blues/folk. Un brano che prosegue sulla stessa linea dei precedenti: molteplici influenze e stili diversi che si fondono, creando una miscela gradevole e mai scontata. Blunderbuss si apre con un arpeggio 70’s alla Led Zeppelin, prima di un cantato sofferto accompagnato da piano e archi: una ballata pop dai toni medievaleggianti e folk.

Hypocritical Kiss vede ancora una volta il pianoforte protagonista, accompagnato da una sezione ritmica di batteria lenta ma avvolgente. Weep Themselves to Sleep possiede una forza notevole e un tono maestoso da rock opera, con un assolo finale dissonante che stona e crea una piacevole disarmonia in un pezzo dal vago sentore inquietante. Si continua con I’m Shakin, dal sornione riff portante e dagli intermezzi vocali quasi soul; seguita da Trash Tongue Talker, altra combo di rock, blues e rockabilly.

Jack White

Hip (Eponymous) Poor Boy è una cadenzata e allegra ninna nanna, prima di I Guess I Should Go to Sleep, altro brano totalmente eclettico, dallo scanzonato ritmo di pianoforte. On and On and On è il brano più lento dell’album, prima della conclusiva Take Me with You When You Go, emblema dell’eclettismo di questo disco: pianoforte e archi, nei quali si inserisce un riffone 70’s marchio di fabbrica del gusto chitarristico di Jack White, prima di un assolo distorto e marcio.

Tredici pezzi per 41 minuti di buona musica. Un disco che probabilmente deluderà alcuni fan oltranzisti dei White Stripes: chitarra meno presente, in virtù di arrangiamenti più complessi con archi e pianoforte, il vero protagonista dell’album. Una perdita di immediatezza ed impatto rispetto alla precedente band del musicista di Detroit, in virtù di soluzioni più ricercate in fase di arrangiamento. Un disco non facile. Mancano sicuramente i riffoni punk-blues a cui White ci aveva abituati, e un paio di brani in meno sarebbero stati forse una soluzione più felice nell’economia generale dell’album. Un cambiamento di genere per l’artista del Michigan, che lascia da parte il minimalismo degli anni passati per soluzioni più complesse: un album assolutamente non immediato, ma che, se ascoltato a piccole dosi e ripetutamente, dimostra la bravura di un musicista ormai affermato, che decide di uscire dai propri stessi clichè compositivi per creare qualcosa di nuovo, mescolando folk, country, rock anni ’70, rockabilly, classica, e blues.

Alberto Staiz

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