Primarie Pd. Lo scontro Renzi – Bersani non conosce tregua

Primarie Pd scontro Renzi Bersani

Il sindaco di Firenze Matteo Renzi e il segretario del Pd Pierluigi Bersani

Roma – Imbarazzo e tristezza. Con questi due termini si può riassumere quanto sta accadendo attorno a queste attesissime primarie del centrosinistra, che si terranno il 25 novembre.

Pierluigi Bersani ha sempre sostenuto questo strumento come segno di maturità e democraticità del proprio partito, a differenza di quanto accade sul fronte opposto.

Ed effettivamente il senso delle primarie sta proprio in questo, soprattutto in questi tempi, in cui tra l’opinione pubblica, è diffusa quella sensazione di disillusione e distacco nei confronti dei partiti.

Quello che, però, è in scena da qualche tempo a questa parte è uno spettacolo che suscita profonda amarezza. In casa Pd più che di primarie sembra sia in atto uno scontro tra fazioni completamente opposte. Un ignorante in materia potrebbe anche pensare che si sia già in periodo di elezioni nazionali.

Naturalmente si fa riferimento alla diatriba che si è aperta tra i due favoriti alla corsa per il posto alla presidenza del Consiglio: il segretario del Pd Bersani e il sindaco di Firenze Matteo Renzi.

Ci può stare una diversa visione della politica e della guida di un Paese, non si può pretendere che all’interno di un partito tutti la pensino alla stessa ed identica maniera, creando quell’utopica unitarietà di vedute scarsamente fattibile. In questo caso, però, non si tratta di semplice divergenza di pensiero su alcune tematiche.

Da una parte abbiamo il tradizionalista pronto a difendere a spada tratta la storia del centrosinistra e coloro che attualmente ne fanno parte; dall’altra il rottamatore pronto a fare piazza pulita di ciò che è vecchio per ripartire dal nuovo. Il primo è legato a termini come “coraggio” e “legalità”, l’altro a parole chiave come “adesso” e “rottamazione”. Il giovane Renzi sembra più un manager ed molto attento ad alcuni particolari tipici del mondo politico made in Usa (come il restyling della sua immagine su suggerimento del suo spin doctor, il produttore tv Giorgio Gori). Il vecchio Bersani probabilmente non saprebbe nemmeno dare una definizione chiara di spin doctor, rimane ancorato alla vecchia scuola di pensiero, se fosse per lui continuerebbe a chiamare i suoi sostenitori “compagni”.

Entrambi hanno messo in scena una strategia per le primarie all’insegna dello scontro. I propri programmi per convincere i cittadini a votare a favore di uno piuttosto che l’altro sembrano essere passati in secondo piano. Ci si concentra di più sul semplice screditare l’immagine altrui a forza di attacchi espliciti ed impliciti.

Il caso dell’addio di Walter Veltroni che ha dato modo a Renzi di imporre nuovamente la sua filosofia della rottamazione, auspicandosi la stesa linea di condotta da parte di altri esponenti del Pd. La reazione di Bersani (e di D’Alema) pronto a difendere l’anzianità di servizio come sinonimo di responsabilità ed esperienza.

C’è la vicenda Cayman, nata dopo la cena di finanziamento per Matteo Renzi organizzata a Milano da Davide Serra, gestore e fondatore del fondo Algebris, controllato da una società con base proprio in una delle tre isole nel mare delle Antille, etichettate come paradiso fiscale. In questo caso è Bersani ad attaccare esplicitamente Serra, indirettamente Renzi, creando l’ennesima polemica questa volta incentrata sulla trasparenza dei finanziamenti.

Uno scontro che sembra giocarsi anche sui numeri, come le dichiarazioni del giovane rottamatore durante un comizio tenutosi a Torino qualche giorno fa. «Il mio Pd arriva al 40 per cento, il loro Pd al 25 per cento» ha affermato il sindaco di Firenze, sottolineando, però, che in caso di sconfitta alle primarie darà completo sostegno al candidato vincitore.

La carta d'intenti della coalizione di centrosinistra

Ultimo round, in termini cronologici, è il ricorso al garante della privacy, da parte dei seguaci di Renzi, contro il regolamento delle primarie approvate dal suo stesso partito. Ennesimo segnale che i due contendenti sembrano essersi dimenticati che si sta parlando di primarie e non di elezioni.

Fare un ricorso del genere mette in discussione l’idea stessa delle primarie, di sentirsi parte e riconoscersi nella medesima comunità politica.

Regole di cui Renzi non ha mai nascosto il proprio disappunto, e probabilmente su alcuni aspetti non gli si può dare torto. Ipotizzare che Bersani abbia cambiato il regolamento delle primarie per poter ostacolare la potenziale vittoria del suo avversario non è da folli paranoici. Mettere il limite dei 18 anni per poter votare (nelle precedenti esperienze il minimo era 16 anni); l’eventuale ballottaggio che sarà precluso a coloro che non sono andati a votare al primo turno; l’obbligo di sottoscrizione del pubblico appello di sostegno alla coalizione di centrosinistra e l’iscrizione all’Albo delle elettrici e degli elettori.

In questo caso Bersani non avrebbe fatto nessun danno, se avesse lasciato le vecchie regole, avrebbe evitato il ricorso da parte del suo avversario e ulteriori polemiche.

In tutto questo l’elettore di centrosinistra cosa starà pensando? Già affetto da una crisi mistica su chi votare, essere spettatore di questi innumerevoli  sketch, dove si parla di tutto tranne che di programmi elettorali, non l’aiuta affatto. Forse in molti alla fine opteranno per la scelta più drastica: rimanere a casa e lasciare Bersani e Renzi a scannarsi tra di loro.

In queste primarie non c’erano altri candidati come Nichi Vendola, Laura Puppato, Bruno Tabacci e Fulvio Abbate? Sulla carta così risulterebbe, nella pratica stanno recitando la parte di quelli che stanno lì tanto per fare numero.

Queste sono le primarie Renzi – Bersani, gli altri possono limitarsi a decidere da quale parte stare.

Giorgio Vischetti

foto|| pdcassano.net; grr.rai.it; fanpage.it

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