Primarie Pd. Da Renzi a Vendola: la politica di domani è già tutta nel Pd

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Matteo Renzi

Roma – Le primarie del Partito democratico sono evento interessante solo se inquadrate nella giusta prospettiva. Se vengono offerte come l’elezione del futuro candidato premier o magari del sicuro prossimo presidente del Consiglio, sono fuffa. Quello c’è già: Mario Monti. E se lui proprio si rendesse indisponibile non mancano gli aspiranti alter-ego come Corrado Passera. Tutta gente che come il professore gode di egual prestigio davanti alla comunità internazionale. Non dirlo sarebbe ridicolo, tanto più in assenza di una legge elettorale alternativa al Porcellum. Se resta questa, ogni altra partita è finita ancora prima di iniziare. Soprattutto se si pensa che tra i tanti difetti, il Porcellum aveva il merito di essere pensato per un sistema bipolare di coalizioni contrapposte che oggi non esiste più: le coalizioni sono tramontate, i grandi partiti pure.

Se invece le primarie interne del Pd si definiscono come il punto di inizio del prossimo futuro politico, sono la prima vera manifestazione di vitalità sulla scena. E non è mica poca cosa in un paese dove si parla solo di antipolitica.

Il sindaco di Firenze Matteo Renzi, ieri, ha accettato un compromesso con la nomenclatura del partito radunata in Assemblea all’hotel Ergife di Roma, per dibattere sul sistema di voto. L’impianto programmatico pare sarà tale: doppio turno, vincolo di coalizione e registrazione dei votanti in albo (che ancora non si sa se pubblico o privato), percentuale di sottoscrizione per ogni candidato del 10% dall’Assemblea e del 3% dagli iscritti; deroga sulla regola che nega la candidatura degli iscritti del Pd eccetto che per il segretario.

Si tratta di norme rigide di cui ancora occorre stabilire i dettagli ma una cosa è certa: averle accettate non è una sconfitta ma un pareggio con la dirigenza del partito. Per due ordini di ragioni: a) a Renzi non è stato impedito di concorrere malgrado l’emendamento del presidente Rosy Bindi di far sottoscrivere gli elettori in altro seggio rispetto a quello di voto. Roba che se il segretario Pier Luigi Bersani non l’avesse respinto, avrebbe disperso i votanti e fatto affogare i bersaniani sotto l’accusa di aver truccato le votazioni. Pessima propaganda in vista delle politiche 2013; b) Renzi è ancora all’interno del gruppo e ora nessuno potrà allontanarlo, anche in caso di sconfitta. E qui arriva il bello.

Possibile che Renzi abbia voglia di arrivare a Palazzo Chigi; altrettanto plausibile è che non vi aspiri adesso. D’altronde è noto: Renzi vuol rottamare la dirigenza del Pd, il deus ex machina Massimo D’Alema in testa. Tutto il suo programma cammina su questa idea: rifondare il partito. Vincerà? Forse no. Il doppio turno lo penalizza perché chi – al primo – voterà il radicale del Sel, Nichi Vendola, non si sprecherà a dar credito al sindaco “liberista”, preferendo Bersani. Intanto però, anche in caso di sconfitta, Renzi avrà guadagnato spazio nel partito: potrebbe risultare il secondo il lista e non è poco. A quel punto la sua voce avrebbe un peso anche nella futura coalizione di governo sia che si combini in Pd-Sel-Idv sia che si traduca in Pd-Udc-moderati.

Nel frattempo si può già dire che, malgrado il buon accordo raggiunto, il Partito democratico è tutto tranne che solido.

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Nichi Vendola

Per giorni si è tuonato tra renziani e bersaniani a proposito delle regole di voto. Se Renzi fosse stato ostacolato nella sua corsa, i seguaci di Veltroni e Fioroni avrebbero fatto le valigie. Tra i radical non tira aria migliore. Sostiene D’Alema con tono da tragenda: ‹‹Se vince Renzi il centrosinistra morirà››. Battuta eccessiva ma con un fondo di verità: il Pd è in effetti già sulla via dello sfaldamento, non a caso è una delle minacce e dei timori di cui si chiacchiera di più. Quando accadrà non si sa. Come, neppure. Sarà Vendola a far precipitare la situazione magari mettendo la parte radicale del Pd davanti ad una scelta: o con me o con un Monti-bis? Sarà la crisi e la necessità di aiuti Ue a spaccare definitivamente la sinistra? Chissà.

Quasi certamente non sarà Renzi a farlo. Se avesse voluto se ne sarebbe andato per la sua strada da tempo con i propri sostenitori. Invece l’uomo è lungimirante: non vuol mettersi a capo di un gruppetto in chiave Udc, vuole una forza conosciuta, con un elettorato già collaudato e un altro potenziale (quello di centrodestra) da accattivare e conquistare. Larghe vedute. Per andare dove non è chiaro: magari verso l’Associazione di Oscar Giannino, Fermare il declino, la cui natura è già apolitica unendo alcune delle menti migliori e variamente schierate, sotto il sigillo del liberismo. Sia come sia, però, il centrosinistra sarebbe già altro rispetto ad ora, con nuove prospettive e interazioni anche nei confronti dei competitors politici, chiunque essi saranno.

Comunque vada, rimane un dato: attualmente nel Pd sono apparsi i germogli della nuova maggioranza e della futura opposizione di domani.

Chantal Cresta

 

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Una risposta a Primarie Pd. Da Renzi a Vendola: la politica di domani è già tutta nel Pd

  1. avatar
    Marco 07/10/2012 a 23:02

    Un articolo davvero interessante, complimenti

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