Primarie in Florida: Mitt Romney di nuovo in testa alla corsa per la nomination repubblicana

Jacksonville – La Prima Chiesa Battista nel cuore di Jacksonville, Florida, un megacasermone di cemento armato che ospita per interi blocchi un centro polifunzionale, è il posto suggestivo scelto per sferrare gli ultimi attacchi a Mitt Romney, il superfavorito e ora vincitore nella corsa alla nomination repubblicana.

Per lui, le primarie in Florida sono state un trionfo: ha conquistato quasi la metà degli elettori, il 46,4% per essere esatti.  Dietro il suo lungo passo, arrancano Newt Gingrich a una distanza che possiamo considerare (politicamente) siderale (31,9%), Rick Santorum (13,4%) e Ron Paul (7%).

Romney è andato ancora meglio di quanto dicessero i sondaggi alla vigilia. Con l’affermazione nel Sunshine State, l’ex governatore pensa a ragione di avere la vittoria (finale) in tasca. Tanto che nel suo discorso di ringraziamento, tenuto davanti una una folla di fan emozionati e allegri, Mitt Romney ha citato solo in un paio di occasioni il nome del suo rivale Newt Gingrich per concentrarsi molto di più sugli attacchi contro  Barack Obama. «Dobbiamo salvare l’America, mettere fine all’epoca Obama», ha detto tra le urla dei suoi sostentori. «Sono pronto a guidare questo partito e il nostro Paese», ha aggiunto nel suo discorso della vittoria, già guardando oltre.

Quello che quattro anni fa si rivelò lo scoglio sul quale si infransero le (allora) speranze di nomination, la Florida, oggi per Mitt Romney diventa il trampolino di lancio verso la convention repubblicana che si terrà proprio a Tampa nella prossima estate.
Romney ha vinto probabilmente non solo grazie ai milioni di dollari spesi in campagne pubblicitarie dai Super Pac che lo appoggiano, ma anche grazie al sostegno dei vertici del Partito Repubblicano che vedono con terrore la possibilità che Gingrich diventi il candidato per la Casa Bianca.

E soprattutto grazie al sostegno di un elettorato che ha trovato in lui qualità tanto sperate, quali la moderazione e la possibilità di poter competere con Barack Obama.
Il duello con Newt Gingrich non è certo finito, ma sono poche le possibilità che le sue sorti possano essere ribaltate. L’ex Speaker ha già annunciato che intende proseguire nella lotta. Ed è probabile che sia sempre più dura. Un esempio di questa radicalizzazione la si può vedere nella decisione di Gingrich di non telefonare all’avversario per complimentarsi per la vittoria.

Anzi, il suo discorso a urne chiuse è stato un perenne e veemente attacco – anche personale – contro Mitt Romney. Newt è venuto proprio nella città dedicata ad Andrew “Bloody” Jackson, il presidente sanguinario che decimò gli indiani e regalò mezzo Sud agli States, per gridare che non si arrende e che anzi sarà lui il repubblicano che dovrà sfidare Barack Obama. Perché Mitt, il candidato dell’establishment, è “un bugiardo”, «la sua credibilità sta per collassare».

Inoltre: «Lincoln una volta disse che se un uomo non è convinto che due più due fa quattro, vuol dire che per lui i fatti non contano. E Romney è il primo candidato che calza la descrizione di Lincoln», afferma Newt Gingrich evocando il fantasma di un altro presidente.
La guerra senza quartiere è dunque cominciata. Finora è andata uno a uno a uno: in Iowa Rick Santorum, in New Hampshire Romney, in South Carolina Romney. La Florida è il vero primo test, la madre di tutte le battaglie, dai tempi in cui qui si decisero le sorti dell’America e del mondo in quel drammatico testa a testa tra George W. Bush e Al Gore.

Natalia Radicchio

Foto| via www.liberoquotidiano.it

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