‘Precious’: catastrofismo in forma di pellicola

Locandina del film

Fatto: gran parte del cinema mondiale soffre della gravissima malattia del disinteresse nei confronti della realtà: Fatto: un film (fiction ma non solo) è, si, soltanto riproduzione, anzi, rappresentazione della realtà, ed ogni immagine, ogni sequenza, corrisponde, pertanto, alla personale manipolazione ideologica dell’autore che gli dona vita; ma (fatto) l’eccedere in catastrofismi da penosa commiserazione si risolve in un vago tentativo di sensibilizzare su uno o più temi trattati, per contro, con facile e poco accettabile qualunquismo. Pena anche una fortissima dose di inverosimiglianza laddove la sincerità per immagini dovrebbe essere, invece, considerata come il pilastro portante del serio e difficile discorso intrapreso. E fatto (inequivocabile): valanghe di premi non fanno il merito (uno come Inarritu, allora, dovrebbe aleggiare nell’olimpo delle capacità sensibili di condivisione filmica di stati d’animo umano, ma sappiamo benissimo che, tranne rare eccezioni, così, almeno fino ad ora, non è stato; un certo Shyamalan viene persino deriso con modi da ottuso terrorismo intelelttuale).

Basata sul libro di Sapphire Push – La storia di Precious Jones, la storia narrata da Precious è tra quelle che Spike Lee avrebbe offerto all’opinione pubblica forse con meno crudezza ma, di sicuro, con miglior impegno sociale ed umano nello scavare a fondo tra le visce viscere dei personaggi. La diciassettenne Precious Jones (l’esordiente Gabourey Sidibe) vive nel peggior bronx immaginabile, è obesa e ha un figlio in grembo, derivante dal secondo rapporto carnale che il padre sciacallo le ha imposto prima di sparire. Per questo ed altri motivi, la madre Mary (Mo’Nique) la sottopone quotidianamente a vere e proprie torture sia fisiche (a padellate) che psicologiche derivanti da un fortissimo ed inaccettabile complesso di gelosia (le rimprovera di aver attratto il marito allontanandolo da lei a livello sessuale). In più, una volta scoperta nuovamente una sua gravidanza, la scuola la espelle ma la invita a frequentare un istituto alternativo per ragazzi con gravi problemi sociali. Qui incontra un’insegnante, mrs Rain (Paula Patton), che la indirizza, assieme ad altre figure di sostegno come l’assistente sociale mrs Weiss (Mariah Carey) e l’infermiere John (Lenny Kravitz), verso una sorta di redenzione sia sociale che riferita alla salvaguardia di un onore mai sfiorato prima, nonostante le serie difficoltà di totale evasione dai drammi umani siano sempre in attesa dietro l’angolo.

Gabourey Sidibe (Precious) e Paula Patton (mrs Rain)

Prima incongruenza: a che scopo inserire nel cast personalità di rilievo planetario come Mariah Carey e Lenny Kravitz (dubbio, poi, anche il grado della loro prestazione attoriale) per contribuire a raccontare una storia che, al contrario, ben influirebbe sulla dose di credibilità e, quindi, di immedesimazione e condivisione spettatoriale con la presenza scenica di personaggi meno noti ma più dediti al messaggio che la causa porta avanti? È un po’ come scegliere di assegnare una parte da clochard a Brad Pitt o Leonardo Di Caprio. Ma forse l’occhio al botteghino non cessa mai di far capolino. Seconda incongruenza consequenziale: il senso di una simile operazione, in tutta sincerità, ha ben poco a che vedere con l’efficienza anche di alcuni fraseggi ben tratteggiati da un Lee Daniels comunque padrone del mezzo con scelte stilistiche semidocumentaristiche come la macchina a mano nei momenti di maggior difficoltà umana o il complementare uso di uno zoom selvaggio nei momenti di colloquio intimo tra soggetto e potenziale sostenitore morale. Mo’Nique (premio Oscar e Golden Globe come miglior attrice non protagonista), di per sé comica televisiva, padroneggia (va detto) una fondamentale capacità di trasmigrazione del proprio carattere estroverso nell’ingiustificabile disumanità del personaggio interpretato. Eppure sembra essere un tassello isolato in un lago di accozzaglie melmose da qualunquismo, si, benefico ma troppo radicato in stereotipi dell’ultim’ora.

Ad ogni modo, l’Oscar alla migliore sceneggiatura non originale (questo fa pensare un bel po’ vista la gratuità di certe conclusioni) e premi di pubblico e giuria al Sundance Film Festival avranno pure un senso di esistere. Il dilemma, con molta probabilità, sta nel non riuscire ad inquadrare questo peccato di mancata profondità nella cornice di immagini interiori troppo sfocate per essere credibili nell’animo di chi assiste a quella che, invece, dovrebbe risultare come una seria ed imponente presa di coscienza dell’effettiva esistenza di drammi simili se non peggiori.

Nelle sale a partire dal 26 novembre. Distribuzione Fandango.

Probabilmente sopravvalutato.

Stefano Gallone


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