Precariato: E vissero per sempre precari e…

Il lavoro precario costituisce sempre più spesso la principale modalità d’ingresso nel mondo del lavoro e purtroppo l’instabilità lavorativa per i giovani è spesso un’esperienza di lunga durata. E’ evidente che ciò mal si concilia con i progetti di vita individuale, visto che vivere per conto proprio, sposarsi o avere dei figli sono “progetti di lungo termine”.

Secondo dati Eurostat, in Italia la percentuale di lavoratori dipendenti di 25-74 anni con un contratto di lavoro a termine nel 2009 era del 10,2%. Dieci anni prima il valore era pari a 6,8%. In termini assoluti, secondo dati Istat, nel 2008 i precari di 15 anni e più erano quasi 2,8 milioni. Se nella prima metà del 2008 il loro numero è aumentato, nella seconda parte dello stesso anno, con l’acuirsi della crisi, si è registrata una contrazione, dovuta per lo più al mancato rinnovo dei contratti temporanei con scadenza alla fine del 2008. A partire dalla seconda metà degli anni ‘90 la quota dei lavori subordinati a termine è sempre aumentata – ad eccezione del periodo 2000-2003 e della citata flessione successiva al 2008. A partire dal 1998 tale andamento è stato accompagnato da una costante diminuzione della disoccupazione (interrottasi con la crisi nel 2008), speculare all’incremento dei lavori a termine.

Chi sono gli atipici? – I precari, gli instabili del lavoro, sono chiamati “atipici”, perché atipica è la forma contrattuale del lavoro che svolgono. L’Istat definisce “atipici” i lavori che prevedono una durata a termine del rapporto contrattuale. Rientrano in questa categoria numerose tipologie lavorative: il lavoro a tempo determinato, il lavoro a chiamata, i contratti di collaborazione coordinata e continuativa, a progetto, i contratti di apprendistato, di inserimento, occasionali, gli stages, le borse di studio o di ricerca. Questa classificazione non include fra gli atipici i lavoratori autonomi senza dipendenti (il cosiddetto “popolo delle partite IVA”) che tuttavia spesso nascondono forme di lavoro subordinato “travestito” e rischiano di risentire prima di altre categorie della contrazione della domanda di lavoro. I lavoratori atipici costituiscono l’aggregato più vulnerabile di fronte alla crisi economica.

Il lavoro a termine costituisce la principale modalità di ingresso nel mondo del lavoro per i giovani. Tuttavia, analizzando i dati nel dettaglio, si scopre che solo un quarto dei precari è al primo lavoro: quasi la metà è presente nel mercato del lavoro da più di 10 anni e di essi l’80% ha almeno 35 anni. In molti casi sembra quindi, purtroppo, innescarsi una spirale di precarietà. Nonostante la varietà delle forme contrattuali, i tempi dei lavori atipici sono scarsamente flessibili, così da rendere difficile la conciliazione lavoro-famiglia. La maggior parte dei lavoratori atipici, inoltre, non ha tutele contrattuali (congedi per malattia e parentali, ferie retribuite, liquidazione, contributi pensionistici) ed, inoltre, percepisce una retribuzione media mensile più bassa rispetto a quella di chi lavora stabilmente.

Quale legame fra instabilità economica e scelte di vita individuale? – A partire da questi dati, è importante indagare sul legame esistente fra l’incertezza e la precarietà del lavoro e le prospettive di vita degli individui, in particolare dei giovani, per i quali un lavoro stabile è requisito fondamentale per l’ingresso nella vita adulta. Acquistare o prendere in affitto una casa, andare a vivere autonomamente, entrare in unione (coniugale o libera), avere dei figli sono indubbiamente impegni “di lungo termine” che richiedono un “qualche livello di sicurezza economica”. L’incertezza economica può agire sulle scelte di vita individuale provocando il protrarsi della ricerca di lavoro stabile e il rinvio delle tappe della vita da adulto; d’altra parte, invece, metter su famiglia può costituire una strategia per ridurre l’insicurezza causata dalla precarietà lavorativa. Naturalmente tali meccanismi possono agire in modi diversi a seconda del contesto (supporto istituzionale, sistema di genere, sistema scolastico, mercato del lavoro, abitativo).

Ad oggi gli studi a questo proposito mostrano che nel nostro paese l’instabilità lavorativa provoca il posticipo delle scelte di vita dei giovani. Chi ha un lavoro atipico ha una propensione ad entrare in unione inferiore a chi ha un lavoro stabile. L’incertezza economica sembra avere un legame negativo anche con le intenzioni di avere figli: secondo un recente studio condotto dall’autrice, le donne con un figlio che hanno una situazione economica precaria presentano una probabilità significativamente più bassa rispetto a quelle stabili di pianificare il secondo figlio.

In Italia, ci si sposa quasi sempre dopo aver trovato un lavoro stabile ed il matrimonio è spesso accompagnato dalla nascita dei figli. Secondo alcuni autori l’instabilità lavorativa riduce la probabilità di sposarsi e di avere il primo figlio per gli uomini, ma non per le donne. Questo risultato si può spiegare alla luce del tradizionale modello male breadwinner, (letteralmente “l’uomo che porta a casa il pane”), predominante nella famiglia italiana, secondo cui l’uomo provvede al sostentamento economico della famiglia e la donna alla crescita dei figli.

Queste ricerche tendono ad evidenziare, dunque, la presenza di un legame negativo fra instabilità lavorativa e scelte di vita individuale. Per invertire la tendenza negativa da più parti si è proposto un approccio integrato di riforme nel mercato del lavoro e nelle politiche sociali che garantiscano una maggiore sicurezza economica e permettano ai giovani di realizzare e/o anticipare i propri progetti di vita autonoma. Si tratterebbe, certamente, di un beneficio significativo per tutto il paese.

Dott.ssa Elisabetta Santarelli

(Demografa e studiosa di popolazione)

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