Pearl Jam – Rianimazione al sapor di rock

“Backspacer”. Il decimo lavoro in studio della band di Seattle suona come uno scossone di energie positive.

pearljamQuando ci si libera di un peso ossessivo ed ingombrante, quando si lasciano alle spalle delusioni ed ingiustizie, quando sembrano farsi avanti sterminati prati fertili di speranze, ogni foglio di carta non è mai abbastanza grande per contenere tutte le impressioni in merito, così come ogni canzone sembra sempre non essere una via sufficiente per esprimere disappunti e rancori esorcizzati da uno sguardo sull’avvenire. Eppure Backspacer sembra riuscire a racchiudere ogni rinnovata forza d’animo  nei suoi rapidi ma incontenibili 36 minuti, una spinta emotiva che riempie i 5 rocker di Seattle, felicemente orfani delle follie del governo Bush, di un desiderio di innovazione e rinnovamento spirituale non privo di inquietudini riguardo un divenire chiaro e fortemente voluto ma ancora lontano nel suo realizzarsi.

Sembra scritta come volendo interpretare l’uomo-personaggio Obama quella The fixer, primo singolo estratto, che tanto inneggia al desiderio di insediare nelle vite altrui un gesto di reciproca e speranzosa solidarietà sociale ed umana (When something’s dark let me shed a little light on it ), forte della sua carica energica da rock puro e viscerale, così come i trascinanti due brani di apertura Gonna see my friend e Got some, veri e propri inni ad una benevola ritorsione sia spirituale ed emotiva che tangibilmente operante verso un rinnovamento sociale, nel tentativo di toccare con mano il cuore e l’anima delle persone. È la pura essenza del rock quella esternata dall’infallibile duo McCready-Gossard nel travolgente trittico iniziale che prosegue il suo transfert emozionale sulle dinamiche al cardiopalma delle ritmiche Cameron-Ament, dilatate in sinceri oceani sonici di deliziose ballate come Just Breathe, figlia indiscussa di quel gioiellino targato Eddie Vedder (qui in grandiosa prova di estensione vocale) che fu la Into the wild original sondtrack, con aggiunta di speziati e delicati flauti di contorno. Supersonic, già lato B del 45 giri di The fixer, ricorda ai più smemorati che la quarantina non è affatto un’età da riposo o da gite in campagna con famiglia intorno, e lo fa con tutta la rabbia e l’energia necessaria a far pulsare anche gli animi più spenti o rassegnati. Momenti riflessivi circa il proprio passato in luce di un qualunque avvenire sono evocati dalla coppia finale Force of nature / The end, forse l’unico momento titubante delle tematiche del disco, lucida trasformazione in note e parole di quanto più intimo e sincero si possa nascondere in animi dal presente burrascoso (il difficile rapporto di coppia, perno della prima) e dal futuro sconosciuto e denso di paure ed incertezze (le preghiere e le invocazioni della seconda).

Backspacer, in definitiva, non assomiglia così tanto a nessun altro lavoro precedente del quintetto di Seattle; piuttosto, potrebbe rappresentare una sorta di punto di arrivo per una rock band ormai matura da un bel po’ di anni, ultraprolifica e generatrice instancabile di idee e spunti sonici che faticheranno a devitalizzarsi del tutto nel corso del tempo.

Si attendono con ansia le date italiane del tour mondiale: dal vivo è tutta un’altra storia.

Stefano Gallone

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