Papa Francesco: un richiamo all’umanità, non un grido anti-sistema

ROMA - «Un’abitudine mondana e fortemente peccatrice». Queste sono le parole con le quali Jorge Mario Bergoglio si è scagliato contro il sistema della corruzione. Lui infatti, Papa Francesco, questo sistema lo attacca duramente da tempo, e non sembra avere intenzione di smettere. Ha parlato dei «devoti della dea tangente», della «dignità» persa dai loro figli che, guadagnando dai frutti di essa, riceveranno «pane sporco».

È una causa che nasce già a partire dalla sua personale esperienza argentina. Si rivolge al comportamento dei corrotti, e a tutto quello che inevitabilmente si porta dietro. Il senso del messaggio che si attesta maggiormente è che questo furto che non provoca solamente un danno economico, ma ingenera anche e soprattutto un difetto morale. Una mancanza che non si limita ad agire a livello dell’individuo – comprendiamo quasi tutti la difficoltà di pensare alla natura umana della corruzione – ma che si deposita nel corpo sociale, trascinando i problemi e le inefficienze ad un livello economico, e quindi pratico, materiale. Non significa avere colpa nel perseguire i proprio interessi, in quanto nella vita di un uomo non c’è nulla di più naturale e istintivo. Ma si tratta dell’errore di scavalcare con passaggi illeciti un sistema di cui noi stessi facciamo parte, in cui siamo cresciuti e che quindi è inevitabilmente nostro. Facendo questo il nostro sistema muore, e tutti noi sprofondiamo giù con lui.

Sono le cifre a dirci che la corruzione condiziona lo sviluppo del Paese. Il ministero della Funzione Pubblica stima intorno a 50\60 miliardi l’entità del valore prelevato alla collettività, che di norma vive e si riproduce a partire dalle proprie regole. Questa cifra in tempi di crisi rappresenta un bel gruzzolo, che però si perde nelle mani degli accattoni, dei furbi, che nel compiere tali gesti sono magari anche certi di fare una cosa buona, per loro, per i loro figli, ma che poi si ritrovano a dover combattere contro un insieme che cade, e cade anche per mano loro. È vero, spesso è lo stesso sistema a nascondere fallacie molto pesanti. Ma il messaggio di Papa Bergoglio ci fa capire che forse la realtà potrebbe anche essere che non siamo più capaci di guardare in faccia agli altri, che essi spariscono nell’esatto istante in cui la competizione diventa viziata da incapacità, paura, malafede, cioè quando è marcia. Se un giorno il paese in cui si vive cadesse a pezzi, ci si renderebbe conto che i soldi non sono fini, ma mezzi. Che a volte sono l’obiettivo del nostro lavoro, ma in primo luogo sono il mezzo per la realizzazione di noi stessi e della società in cui viviamo. Che hanno un valore monetario, certo, ma simbolico, derivante dalla presenza di altri soldi, di altre persone, di un sistema che permette a questi biglietti magici di esaudire sogni e desideri. Ma a volte, anche di corrompere le anime. E Papa Francesco questo lo dice, senza mezzi termini, senza arrendevolezza.

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Il messaggio però non afferma che il sistema vada cambiato. Nemmeno che vada rivisto, ma piuttosto che vada riguardato. Ovvero guardato di nuovo, compreso nella sua essenza originaria, quella che ci riporta alla collettività come umanità pensante, e morale. Significa prendere atto di qualcosa, che così com’è, ha in realtà bisogno di realizzare a pieno le sue potenzialità. E non di generare scorrettezze. È facile accettare un aiutino da parte di chi ti risolve i problemi sottobanco, specie se all’interno di un organismo che non funziona. Questo malfunzionamento però poi è un mostro che si auto-rigenera, e che fa danni, mentre un sistema che porta cose buone è invece un’evoluzione, una crescita.

Se non rispettiamo l’etica della vita di tutti i giorni, nel rapporto con gli altri, figuriamoci nel lavoro. Anche il lavoro ha un’etica. Importante, nella vita collettiva, quanto lo è la propria spiritualità nella vita individuale. E anche chi oggi critica la corruzione, chi gli si getta contro, se non riesce ad inquadrare il problema domani potrebbe commettere lo stesso errore. Anzi, come la stessa recente storia italiana ci indica, questo è per di più molto probabile, a meno che le cose non cambino a partire da noi stessi. Perché si è parte di un sistema, di un complesso culturale, che non cambia finché non si prende piena consapevolezza e conoscenza di questi problemi, finché non lo si sprona, non gli si dà un input. Autentico, morale, consapevole. Proprio come negli insegnamenti di Papa Bergoglio.

Francesco Gnagni

@FrancescoGnagn1

Foto: www.qoop.it ; www.radio24.ilsole24ore.com

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