Pakistan. Resta in carcere la bambina down accusata di blasfemia

Rimsha Masih, la bambina down arrestata per blasfemia

Islamabad (Pakistan) – Il caso della bambina down undicenne (anche se rimane incerta l’età, visto che secondo la commissione medica ne ha 13, secondo altri 14), arrestata il 17 agosto con l’accusa di blasfemia, non conosce la parola fine.

È stata fissata per il 7 settembre, da parte del giudice pakistano Muhammad Azam, l’udienza per la libertà su cauzione. Rimsha Masih, quindi, dovrà rimanere ancora in prigione, dove è detenuta da circa tre settimane.

Ricordiamo che la minorenne rischia la pena di morte (anche se è più probabile l’ipotesi ergastolo) perché accusata di aver bruciato alcune pagine del Noorani Qaida, manuale per imparare a leggere il Corano. E secondo la famosa legge “nera” in vigore in Pakistan, la bambina è stata immediatamente arrestata.

A rischiare la stessa sorte, quella dell’ergastolo, anche l’imam Khalid Jadoon, colui che, dopo aver ricevuto la notizia da uno degli abitanti del villaggio di Rimsha, Syed Muhammad Ummad, aveva denunciato alle autorità l’accaduto. L’uomo, infatti, è stato arrestato sabato scorso con la medesima accusa che pende sulla ragazzina. Questo perché, secondo quanto riferito da un testimone oculare, l’imam Jadoon avrebbe falsificato le prove, aggiungendo volutamente pagine del Corano bruciate.

Poco dopo l’accaduto la polizia non aveva ritenuto necessario arrestare la bambina, non tanto per l’età, quanto per la sindrome di down di cui è affetta. Le proteste di molte persone, per il mancato arresto, che hanno bloccato per ore la statale del Kashmir e circondato il commissariato, hanno portato le forze dell’ordine a fare dietrofront.

Altro fatto collegato alla vicenda riguarda la discriminazione nei confronti delle minoranze cristiane. La sproporzionata reazione dei vicini, che sono stati testimoni dell’accaduto, sarebbe stata causata dal fatto che Rifta sia cristiana. Poco dopo il fatto, inoltre, alcuni estremisti islamici avrebbero minacciato di dare fuoco al piccolo villaggio della bambina, costringendo molti di loro (circa 300), della medesima fede della bambina, ad abbandonare le proprie case.

Il caso, naturalmente, ha avuto un grande risalto mediatico: molte le associazioni umanitarie e cristiane che si sono mosse in favore della bambina, pretendendone la scarcerazione.

Lo stesso presidente del Pakistan, Asif Ali Zardari, ha chiesto spiegazioni sull’arresto della ragazzina, definendo la vicenda «un atto grave» e sollecitando il ministro dell’Interno di occuparsi del caso per appurare eventuali irregolarità.

In difesa della ragazzina si è schierato addirittura il Consiglio degli Ulema, composto dai più strenui sostenitori della legge sulla blasfemia, chiedendo la liberazione di Rimsha e la carcerazione dell’imam Jadoon.

Da questo caso emerge, innanzitutto, una certezza: la rigidità delle comunità islamiche quando si tratta di violare un precetto religioso. Anche se si tratta di una minorenne disabile, la legge è uguale per tutti.

La seconda questione è direttamente connessa a questa legge “nera” (“kala kanoon”, in lingua urdu), così è stata definita dal defunto governatore del Punjab, Salmman Taseer, perché si presta alle più diverse strumentalizzazioni. Questa norma entrò in vigore, in Pakistan, nel 1986 per mano del presidente di allora Muhammad Zia-ul-Haq. Il reato di blasfemia, oltre a prevedere in casi estremi la pena di morte, è caratterizzato dal fatto che  l’accusatore non ha l’onere di provare ciò che dice.

Da anni gli attivisti in difesa dei diritti umani e delle minoranze si son mobilitati per far abolire questa legge, perché sfruttata per motivi personali ed incoraggia l’estremismo islamico.

Oltretutto, nella maggioranza dei casi, questa disposizione viene utilizzata contro gruppi vulnerabili che soffrono discriminazione politica e sociale: ai danni delle minoranze religiose e le sette eretiche musulmane.

Dall’entrata in vigore della legge fino al 2009, almeno 964 persone sono state incriminate.

L'imam Khalid Jadoon durante l'arresto

Bisogna anche sottolineare che fino adesso è stata comminata la pena di morte in un solo caso. Riguarda Asia Bibi, anche lei cristiana, e la vicenda risale a tre anni fa. Bibi fu arrestata per blasfemia perché, durante la discussione con altre donne del proprio villaggio, parlò di come Gesù sia morto sulla croce per i peccati dell’umanità, e chiese che cosa avesse fatto Maometto per loro. La sentenza fu emanata nel 2010, e la donna si trova attualmente in carcere.

Nei restanti casi, chi è stato accusato per il medesimo reato è stato sempre scarcerato, ma sono decine  gli episodi di quelli che sono stati successivamente uccisi dagli estremisti islamici.

Stessa sorte per alcuni rappresentanti delle istituzioni favorevoli a cambiare questa norma: il governatore del Punjab e il ministro per le Minoranze, Shahbaz Bhatti, morti per mano di sicari.

Indubbiamente si tratta dell’ennesimo limite mostrato da quei governi islamici dove la religione è un tutt’uno con la politica, non esistendo distinzione fra le due sfere.

Anche in Italia era previsto dal codice penale un reato simile, inserito fra le contravvenzioni riguardanti “la polizia dei costumi”. Attualmente, però, la bestemmia è considerata un illecito amministrativo essendo stata depenalizzata con la legge 205/1999.

Aveva probabilmente ragione Robert Anson Heinlein quando scrisse nel suo libro “Lazarus Long l’Immortale”: «Tra tutti gli strani reati che gli esseri umani hanno inventato dal nulla, il più sorprendente è la bestemmia».

Giorgio Vischetti

foto|| lastampa.it; assistnews.net; asianews.it

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