Outsider Art Fair di New York: “La vera arte è dove nessuno se lo aspetta”.

New York – «Quei lavori creati dalla solitudine e da impulsi creativi puri ed autentici – dove le preoccupazioni della concorrenza, l’acclamazione e la promozione sociale non interferiscono – sono, proprio a causa di questo, più preziosi delle produzioni dei professionisti», afferma acutamente in Place à l’incivisme Jean Dubuffet (Le Havre, 31 luglio 1901 – Parigi, 12 maggio 1985), il grande pittore e scultore francese che per primo teorizzò e introdusse il concetto di Art Brut, Arte Grezza, o Outsider Art.

Henry Darger, illustrazione da The Realms of Unreal

Il termine raccoglie tutte le produzioni artistiche realizzate da non professionisti, visionari, autodidatti, psicotici, emarginati o geograficamente isolati, che operano al di fuori delle norme estetiche e delle istituzioni convenzionali, completamente digiuni di una cultura artistica.
In molti casi, il loro lavoro viene scoperto soltanto dopo la loro morte, come è accaduto allo scrittore e illustratore statunitense Henry Darger, con il suo manoscritto fantastico di oltre 15000 pagine chiamato The Realms of Unreal, stupendamente costellato da centinaia di illustrazioni ad acquarello.

A causa della sua vita ritirata, lontana non solo da qualsiasi movimento artistico ma dal mondo reale, Darger è considerato uno dei maggiori esempi di Outsider Art. E anche quest’anno era presente assieme agli intramontabili Sam Doyle e Martín Ramírez alla fiera che meglio rappresenta questo genere e che assume sempre più rilevanza a livello internazionale. Si tratta dell’Outsider Art Fair di New York, da poco conclusasi e giunta al suo 20 ° anniversario con una grande vitalità e varietà di opere.
Presenti 36 stand con altrettante gallerie che, con le proprie storie da raccontare, hanno saputo catturare l’affetto di pubblico e collezionisti.

La fiera, che nelle ultime edizioni si è imposta al grande pubblico, può essere infatti certamente annoverata tra le importanti manifestazioni di mercato internazionali.
Le opere che hanno sicuramente attirato l’attenzione di pubblico e collezionisti sono state le minuscole sculture in pietra – martelli, cavatappi, ami da pesca – di un anziano barbiere della Pennsylvania, AW Gimbi, alte non più d’un centimetro. O i lavori in bianco e nero e collage di Penny Rockwell per Pavel Zoubok Gallery, racconti molto particolari della sua passata malattia mentale. Nella più avvincente di queste opere, il tormento psicotico di spine elettriche in fiamme diventa un drago che aspira il fuoco dai cavi sfilacciati.

MAKE Skateboards

La galleria Packer Schopf ha focalizzato la sua attenzione sul da poco scomparso Lee Groban, un artista autodidatta di Chicago la cui intensa opera comprende singolari disegni comico-psichedelici e il poema epico di 5000 pagine Una cura per l’insonnia.
Presso MAKE Skateboards erano invece in vendita in edizione limitata degli skateboard che presentano riproduzioni autorizzate di opere di Adolf Wölfli e Royal Robertson. Particolarmente interessanti le opere di quest’ultimo – un pittore di insegne della Louisiana che credeva negli alieni e nell’Apocalisse – in cui si passa facilmente dall’Outsider alla Street Art.

Presenti anche lo svizzero Collection de l’Art Brut, museo di Outsider Art che ospita circa 5.000 opere di Jean Dubuffet e qui in mostra con la sua serie di DVD e monografie d’artista, e il Museum of Everything, che non è davvero un museo, ma piuttosto una serie di mostre organizzate e amorevolmente conservate in forma di libro da James Brett, un curatore di Londra. Per questa fiera Brett ha progettato una libreria i cui scaffali reali emergevano da un trompe l’oeil su muro. Interessanti i quattro volumi del catalogo in edizione limitata, in cui è possibile trovare anche riflessioni di esperti addetti ai lavori come Maurizio Cattelan e Carsten Höller.
Un buon pretesto alternativo per fare un salto una volta l’anno nella Grande Mela e scoprire cosa c’è di nuovo nella “vera arte” «dove nessuno se lo aspetta, dove nessuno ci pensa né pronuncia il suo nome» (Jean Dubuffet).

Natalia Radicchio

Foto| via http://spillspace.com

 

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