Otto bambini in affido, l’Inps chiede il rimborso delle maternità

La storia di una coppia milanese che decide di aprirsi ai bambini bisognosi in affido: ma l'Inps, anni dopo,chiede indietro i congedi di maternità

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Casa famiglia, uno spazio per l’affido (ancoraoline.it)

Milano – La storia è una di quelle che mette i brividi: una famiglia milanese, con otto bambini in affido grazie alla creazione di una casa-famiglia con suo marito, si è vista recapitare dall’Inps una richiesta di rimborso per i precedenti congedi di maternità, una cifra che supera i 21mila euro.

UNA COPPIA APERTA – Cristina Sacchi e suo marito Tommaso Greco avevano deciso nel 2011 di aderire alla proposta di Aibi – Amici dei bambini e di dare vita a una casa famiglia, accogliendo così minori in difficoltà nella loro vita. Già genitori di cinque figli, avevano ricevuto in affido negli anni otto bambini, sia italiani sia stranieri, spesso bisognosi anche di cure mediche e provenienti da storie drammatiche di violenza e abbandono.

PERMESSI DI MATERNITÀ – La donna lavora come infermiera e, per ciascun nuovo bambino in affido, aveva avanzato richiesta di maternità e indennità, prontamente accolte in rima istanza. Ma l’inferno è giunto poco più di un anno fa, nel maggio 2013, quando è giunta un a richiesta di rimborso da 21mila euro, proprio dall’Inps.

INPS – «Mi hanno trattata come una ladra e come una persona attaccata esclusivamente ai soldi. È stato spaventoso e, quando ci penso, mi viene ancora da piangere», ha spiegato Cristina Sacchi proprio oggi ad Avvenire, a pochi giorni dall’ultimo, infruttuoso, ricorso.
Secondo il giudice, l’affido era stato assegnato a un ente morale – l’Aibi – e non a Cristina Sacchi, che ha quindi ricevuto indebitamente un sostegno di maternità che non le spettava; secondo Inps e giudice, quindi, Cristina Sacchi è una normale educatrice e non una madre, anche se, a differenza degli educatori, non riceve nulla in cambio.

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AiBi, associazione di sostegno ai bambini in difficoltà (forumfamiglielazio.it)

MADRE COMUNQUE – Cristina Sacchi non si è arresa e, con suo marito, sembra intenzionata a mantenere i percorsi di affido: «al processo non mi hanno fatta parlare perché lo potevano fare soltanto gli avvocati, altrimenti avrei spiegato al giudice che cosa significa fare la mamma affidataria – ha dichiarato sempre ad Avvenire – Con l’ultimo arrivato, un piccolino senegalese di un anno con tanti problemi di salute, sono stata due settimane in ospedale proprio come fa una mamma. Questo le educatrici non lo fanno. Io mi sento e sono una mamma per i miei figli, per tutti, sia quelli naturali che quelli affidati. Chi ci incontra per la strada non riesce a distinguere tra gli uni e gli altri, perché io e mio marito diamo a tutti l’amore di mamma e papà. Un amore che a questi bambini ha davvero cambiato la vita e che nessuna sentenza riuscirà a fermare».

BUCO NORMATIVO – Il problema diventa ora strettamente tecnico, come spiega Marco Griffini, l’avvocato di Aibi e della coppia, intenzionato a portare la questione dell’affido fino alla Cassazione, se necessario.
«La legge sull’affido non è chiara su questo punto – ha spiegato l’avvocato – Dice che i minori vanno affidati ad una famiglia oppure a una comunità di tipo familiare, caratterizzata da organizzazione e da rapporti interpersonali analoghi a quelli di una famiglia. Ma queste condizioni si realizzano soltanto in presenza di una famiglia con un papà e una mamma, come quella di Cristina e Tommaso».
E la nota di Aibi, datata a fine luglio, era stata ancora più dura: «Questa incresciosa vicenda denuncia un vuoto normativo al quale è necessario rimediare con urgenza: la casa famiglia deve essere riconosciuta giuridicamente, distinguendola dalla comunità educativa e prevedendo una normativa adeguata alla sua unicità. Non è più accettabile che lo spirito di accoglienza e generosità di una famiglia venga frustrato da una legislazione miope, incapace di scorgere la differenza tra un genitore e un educatore».

Andrea Bosio
@AndreaNickBosio

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