L’Onu minaccia sanzioni contro al Qaeda nel Nord del Mali

Dopo gli attacchi degli ultimi giorni ai luoghi sacri di Timbouktu, dichiarati dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità a rischio, le Nazioni Unite hanno formalmente preso atto della crisi che da mesi affligge il Paese nella quasi indifferenza della Comunità internazionale.

 Il Consiglio di Sicurezza ha votato giovedì  una risoluzione, presentata dalla Francia e adottata all’unanimità, «chiede agli Stati membri di fornire i nomi di individui e gruppi associati ad Al Qaeda che si trovano nella regione del Sahel ed in particolare nel Nord del Mali» per poter mettere in atto le sanzioni previste dall’Onu per coloro che sostengono l’organizzazione terroristica.

Il Consiglio di Sicurezza «chiede ai gruppi ribelli del Mali di astenersi immediatamente da ogni forma di associazione con Al Qaeda per il Maghreb islamico (Aqmi) e di lottare contro la minaccia rappresentata dai gruppi terroristi» e «sostiene pienamente» gli sforzi delle organizzazioni regionali, la Comunità Economica del Stati dell’Africa Occidentale (Ecowas) e l’Unione Africana, ma non accorda il mandato che autorizza il dispiegamento di forze armate, chiesto a giugno dall’Unione Africana.

Un diplomatico del Consiglio aveva già allora spiegato all’agenzia di stampa Reuters che «ci vorrà del tempo prima che il Consiglio di Sicurezza sia in grado di approvare un intervento esterno in Mali. Non è che siamo contrari, è solo che ci sono molte domande su come questo dovrebbe essere fatto che devono essere risolte prima».

Nel fine settimana l’Ecowas si riunisce per elaborare un piano che preveda anche alcune risposte, ma il progetto non si annuncia facile perché la situazione sul campo rimane estremamente fluida.

Le tre principali città del Nord del Mali, Timbouktu, Gao e Kidal, sono sotto il controllo di milizie legate ad al Qaeda. Il gruppo Ansar al Din – Difensori dell’Islam – ha minato il territori intorno a Gao. L’area, che molti strateghi e analisti hanno ribattezzato “l’Afghanistan dell’Africa Occidentale”,  ha una superficie più grande della Francia.  Il territorio era stato conquistato grazie all’alleanza tra i ribelli tuareg dell’Mlna e i gruppi islamici. Approfittando del colpo di stato di marzo nella capitale Bamako e della fragilità dell’esercito governativo, era stata dichiarata l’indipendenza dell’Azawad - non riconosciuta a livello internazionale – il territorio desertico tra Sahara e Sahel i cui confini labili arrivano fino al sud dell’Algeria.

Il precario equilibrio tra le diverse fazioni non è durato molto, date le divergenze di obiettivi e strategie. Il Movimento Nazionale per la Liberazione dell’Azawad  rivendica l’autonomia della regione da più di mezzo secolo. «La repubblica per la quale ci battiamo si basa sui principi della democrazia e della laicità» hanno ribadito i leader del Movimento in aprile.

Aqmi, Mujao e Ansar al Din sono organizzazioni separate, ma tutte frange più o meno estreme del fondamentalismo islamico. L’Aqmi ha giurato fedeltà al Al Qaeda. In un’intervista al quotidiano algerino El Watan, il giornalista e scrittore francese Serge Daniel spiega che «Aqmi è una società che dispone di diverse centinaia di combattenti ed ha molti complici nel Sahel. In termini di armi, non vi è alcun dubbio, l’Aqmi è sovra-armata. L’altro punto di forza di Aqmi è  l’intelligence. Ha reclutato tutte le tribù locali». Il Mujao è una costola di Aqmi e ha rivendicato il rapimento della cooperante italiana Rossella Urru, di altri due ostaggi spagnoli e di diversi diplomatici algerini. Le principali fonti di finanziamento per le due organizzazioni sono infatti i riscatti degli ostaggi stranieri e il traffico di droga. Ansar al Din è più legata alla realtà locale; il leader, Iyad Ag Ghaly, ha guidato le rivolte dei ribelli tuareg nel 1990 e nel 2006, distaccandosene poi per l’incompatibile obiettivo di creare uno stato  islamico.

Il braccio di ferro tra le due anime della ribellione maliana si volge a sfavore dei separatisti tuareg, mentre il fragile governo ad interim sembra incapace da tempo di far fronte alla crisi. Intanto, secondo i dati dell’Onu,  il numero delle persone che dal nord sono scappate nei paesi vicini ammonta a circa 300 mila sfollati e si moltiplicano le denunce di crimini di guerra perpetrati nella zona.

Aurora D’Aprile 

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