Ogni anno in discarica 89 milioni di tonnellate: il cibo che non sfama, inquina

Bruxelles - Ogni anno in Europa finiscono in discarica, senza essere passati per le tavole,  89 milioni di tonnellate di cibo. Come ha riferito Janez Potocnik – commissario europeo all’ambiente –  l’agghiacciante spreco «avviene lungo l’intera catena di fornitura alimentare dalla produzione agricola allo stoccaggio, la trasformazione, la distribuzione, la gestione e il consumo. Ma nell’Unione europea e in Nord America, avviene soprattutto nelle fasi della distribuzione e del consumo».

Uno studio sullo spreco del cibo curato dal Barilla Center e presentatolo scorso maggio, denunciava che oltre il 30% della produzione totale di cibo destinata al consumo umano viene sprecata. In particolare, nei Paesi industrializzati vengono buttate 222 milioni di tonnellate di cibo ogni anno: una quantità che sarebbe sufficiente a sfamare l’intera popolazione dell’Africa Sub Sahariana.

Considerando solo le stime relative ai paesi dell’ Ue, l’Italia rappresenta circa il 10% del totale con 8,8 milioni di tonnellate. Lo spreco domestico maggiore si registra in Inghilterra, con 110 kg a testa, seguono Stati Uniti con 109 kg e Italia con 108 kg, Francia – 99 kg – , Germania – 82 kg –  e Svezia – 72 kg -.

Oltre all’evidente affronto morale costituito da un così disorganizzato ed ingente fenomeno di spreco – ignorato ed impunito dalle istituzioni in un Pianeta dove almeno un miliardo di persone non raggiunge il sostentamento alimentare primario e soffre di denutrizione – , all’interno dell’ Unione Europea le conseguenze sono calcolabili più concretamente in termini di perdita economica e danno ambientale. Basta solo immaginare, in numeri, l’inutile consumo di risorse necessarie  per produrre questi  beni che finiscono poi in fumo: «Pensate – ha aggiunto Potocnik – solo al fatto che ci vogliano fra le 5 e le 10 tonnellate di acqua per produrre un kg di carne di manzo.  E la storia non finisce qui. Interriamo o bruciamo un sacco di questi rifiuti, perché una parte relativamente piccola viene trasformata in compost».

La filiera di alimenti e bevande nell’Ue consuma il 28% delle risorse materiali e genera il 17% delle emissioni di gas serra dirette. L’eccesso produttivo e le conseguenti montagne di alimenti non consumati, danno un forte contributo – evitabile – al riscaldamento globale e alla produzione di metano, gas serra che si rivela nel tempo ben 21 volte più potente della co2. «Parliamo del carburante e dell’attività di estrazione – spiega il commissario – necessarie per fare il fertilizzante, oltre al trasporto, la refrigerazione, l’imballaggio, le emissioni tossiche nell’aria e nelle acque, oltre all’uso di tante altre risorse naturali».

Il commissario europeo ha ribadito poi che «meno rifiuti alimentari porterebbero ad un migliore uso dei terreni, ad una migliore gestione delle risorse di acqua e ad un uso più sostenibile del fosforo, con un impatto positivo sui cambiamenti climatici».

Le soluzioni, come sempre in questi casi, sono elementari, ma non vengono applicate. L’impassibile macchina produttiva è geneticamente portata a produrre in surplus, così come le strategie di vendita e pubblicizzazione basano le proprie offerte sulla quantità piuttosto che sulla qualità: finché non esisterà una rigida legislazione con adeguate sanzioni pecuniarie e legali, il circolo della sovrapproduzione sarà duro da spezzare.

Al momento, spetta ai consumatori informarsi ed organizzarsi per gestire efficientemente le fasi di acquisto e consumo, in modo da arrivare persino a deviare le dinamiche  malsane del mercato. Il controllo delle scadenze dei prodotti al momento dell’acquisto, la programmazione alimentare per evitare di comprare cibi in eccesso e il consumo di prodotti di stagione, sono accortezze fondamentali da osservare, contro cui il più delle volte la fretta caotica della vita contemporanea è cattiva consigliera. Può essere utile inoltre congelare e quindi conservare quello che realisticamente non consumiamo nel breve periodo, o diversificare la destinazione degli eccessi verso i cittadini indigenti, attraverso le associazioni che gestiscono le raccolte  e le collette alimentari.

E’ necessario parlare ancora di consumo alimentare, riconsiderando anzitutto le proprie abitudini alimentari in chiave sostenibile. Oppure, per dirlo con le parole pronunciate qualche giorno fa  dal fondator

e e Presidente internazionale di SlowFood Carlo Petrini, a margine del Salone del Gusto di Torino, «essere coscienti che la vera sostenibilità è quella che non considera il cibo una merce, ma rispetta la biodiversità e la dignità dei produttori».

In alcune regioni degli Stati Uniti e del Sud della Francia, imprenditori e agricoltori lungimiranti stanno sperimentando modelli di produzione sostenibili ai quali i consumatori interessati possono aderire in forma annuale: stimando il bacino di utenza e calcolando la produzione necessaria a soddisfarlo, tali cooperative sono in grado di gestire una produzione strettamente limitata al fabbisogno richiesto, ma contemporaneamente offrire  una maggiore varietà di specie, in modo da tutelarne la biodiversità e garantire un’alimentazione più varia e sana. Un esempio? Basti pensare che in Italia sono registrate 300 varietà di pomodori mentre quelle stimate nel mondo sono più di 1700. Eppure, solo 60 di queste sono commercializzate e in un normale supermercato ne troviamo appena 2 o 3.

Arianna Fraccon

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