Lo shutdown: cosa succederà negli Stati Uniti?

Obama ieri in conferenza stampa

Barack Obama ha parlato ieri in conferenza stampa per avvertire il partito repubblicano che le conseguenze delle reciproche differenze politiche  risulteranno simili a quelle di una “bomba atomica”. Inoltre il presidente ha invitato i membri del Congresso a porre fine alle loro scuse e a continuare con il lavoro legislativo, tutto questo quando si compie la prima settimana dello shutdown governativo.

E’ dal 15 settembre 1995, con Bill Clinton al comando della Casa Bianca, che non si verificava un fenomeno simile nell’amministrazione statunitense. L’ultima volta però, lo shutdown durò ventidue giorni e l’amministrazione godeva di un boom economico. Oggi, purtroppo, la situazione è completamente diversa, in quanto lo scopo principale del sistema finanziario si è ridotto al venir fuori dalla peggiore crisi che abbia mai coinvolto gli Stati Uniti, e la diplomazia del bipartitismo sembra che non senta ragioni.

I fatti sono i seguenti: lo scorso 1 ottobre il governo di Obama ha annunciato  la chiusura –“shutdown” – indefinita dei servizi pubblici “non essenziali”, dovuto alla mancata approvazione da parte dell’opposizione repubblicana  dei nuovi presupposti per il 2014 che ha lasciato senza fondi l’amministrazione federale, incapace di fare fronte alle spese pubbliche. Tradotto in effetti immediati, sono rimasti coinvolti più di 800.000 funzionari che sono rimasti a casa senza sapere se torneranno a lavorare, con conseguente chiusura di tutti i musei, parchi e monumenti pubblici. Persino il sito web della Casa Bianca avverte che molte prestazioni potranno non essere erogate.

I settori più castigati dalla sospensione dei pagamenti sono il Dipartimento del Lavoro, quello per l’Educazione – con il 90% dei lavoratori a rischio – e i servizi per l’ambiente, dove resterà attivo solamente il 6% degli impiegati. Per capire la gravità degli effetti, basti pensare che durante lo shutdown non sarà possibile effettuare semplici e quotidiane operazioni come rinnovare un documento, acquisire un passaporto od ottenere un permesso statale.

Nonostante il blocco dei conti pubblici, gli stipendi dei senatori, dei parlamentari e del presidente del governo rimarranno gli stessi, non diminuendo neanche di un cent, in quanto la legge vieta la riduzione dei salari dei politici; sarà però lo staff ad essere ridotto. Per esempio, dei novanta consulenti personali di Obama, solo quindici resteranno in carica. L’altro settore privilegiato ed immune alla chiusura è quello delle forze armate, le quale si sono viste esonerate da tali provvedimenti il giorno prima dello shutdown. Con la legge H.R 3210, infatti – approvata il 30 settembre – i soldati impegnati in operazioni militari passano ad essere qualificati come parte dei lavoratori “essenziali” e, perciò, hanno la copertura economica garantita.

La polarizzazione tra il  governo democratico, che ha la maggioranza al Senato, e l’ opposizione repubblicana, prevalente numericamente nel Congresso, va aumentando dal momento in cui Obama fece il giuramento nel giorno della sua nomina, fomentando così la tensione e, praticamente, l’ingovernabilità. Il punto di disaccordo principale è rappresentato dall’Affordable Care Act, la legislazione con la quale il presidente gioca il suo asso nella manica, istituendo di fatto non un sistema di acceso universale alla sanità come molti desidererebbero, ma l’obbligo per tutti i cittadini di avere un’assicurazione (privata), con un incentivo statale per i soggetti a basso reddito.

Tale legge, nota con il nome di ‘Obamacare’, è stata respinta dal partito repubblicano, soprattutto dall’estrema destra,  il Tea Party, considerandola troppo “socialista” e volendola fortemente posticiparla ancora di un anno. Obama, comunque, mantenendo la sua posizione, non cedette alle trattative ed ironicamente, proprio il primo ottobre, un milione di cittadini si iscrissero online al sito internet del sistema nazionale di salute, per accedere alla prima assistenza sanitaria della loro vita, mentre nel frattempo si vedevano privati della fornitura dei servizi pubblici.

Dimostranti del Tea Party nel 2010 contro la riforma sanitaria di Obama

La maggioranza della popolazione statunitense mostra il proprio dissenso alla decisione repubblicana in quanto quest’ultima, non solo ha lasciato sprovvista delle prestazioni pubbliche la cittadinanza nordamericana, ma aspira anche a ricattare il governo eliminando i fondi per andare avanti con la riforma sanitaria, in un Paese in cui ben quarantotto milioni di persone mancano di assicurazione medica.

In tale contesto è  bene tener presente che l’ala conservatrice è sostenuta dalle lobby delle aziende sanitarie – che saranno costrette, secondo la nuova legge, a coprire anche malattie che non conducono queste ad alcun lucro – e dalla casta borghese che demonizza il sistema fiscale come una forma di oppressione, lamentando che i finanziamenti per l’assistenza sanitaria alle persone più svantaggiate provengano dalle tasche dei ricchi.

In definitiva, tra l’ipocrisia e la paura del confronto con il Tea Party in vista delle prossime elezioni legislative tra tredici mesi, l’immagine nazionale ed internazionale della prima potenza mondiale si deteriora sempre più ad ogni momento, non unicamente per i milioni di turisti inferociti – per i quali risulta impossibile visitare le attrazioni di pubblico interesse – ma anche per i costi relativi ad uno shutdown di tale portata. E il peggio potrebbe ancora non essere arrivato. Infatti, se prima del 17 ottobre il Congresso degli Stati Uniti non vota a favore dell’aumento del tetto del debito, il Tesoro non sarà in grado di onorare i pagamenti e gli Stati Uniti entreranno tecnicamente in default, situazione questa mai  prodotta nella sua storia, con conseguenze globali imprevedibili.

Sandra Alvarez

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