Nozze gay, verso il pronunciamento della Corte Suprema

Le nozze gay: un diritto per tutti, ma non dappertutto

Washington D.C. – Nelle mani di nove giudici della Corte Suprema c’è il riconoscimento giuridico dell’amore di centinaia di migliaia, forse milioni di persone. Nove togati, sei uomini e tre donne (tra le quali, vale la pena ricordarlo, c’è il primo giudice ispanico della storia, Sonia Sotomayor), valuteranno da qui a metà giugno la costituzionalità del Marriage Act, la legge firmata nel 1996 dal presidente democratico Bill Clinton (che l’ha bollata come “errore” negli ultimi giorni), che riconosce la validità a livello federale – applicabile cioè in tutti e 50 gli stati americani – del matrimonio, unicamente come unione di un uomo e una donna.

Era il 20 gennaio, e in una fredda Washington il neo-rieletto presidente Barack Obama urlava che «il nostro viaggio non sarà finito fino a quando i nostri fratelli e sorelle gay non avranno i nostri stessi diritti». Una decisione presidenziale in tal senso, in virtù del particolare sistema politico statunitense, non sarebbe poi difficile. Tuttavia, una legge non può essere in contrapposizione con un’altra in vigore. Così, entra in gioco la Corte Suprema, chiamata a giudicare la legittimità dell’annullamento di alcune nozze omosessuali in California, che lo scorso novembre ha votato per l’abolizione del “matrimonio per tutti”.

Per i nove giudici, dunque, si tratta di giudicare in via giurisprudenziale la possibilità che il Marriage Act, legge federale, sia compatibile o meno con i diritti espressi dai singoli stati, e dalle legislazioni correlate. È noto, infatti, che tutti gli stati hanno ampi margini di autonomia, che si espleta in decisioni spesso contraddittorie, come l’applicazione o l’abolizione della pena di morte, e l’apertura o meno al matrimonio gay.

Sono attualmente otto gli stati che prevedono unioni civili, o nozze, per le coppie dello stesso sesso, mentre le costituzioni di alcuni stati le vietano (gran parte degli stati centrali, tradizionalmente conservatori e repubblicani, come il Texas) o comunque affermano la supremazia del matrimonio eterosessuale. Se la Corte Suprema dovesse, però, abolire il Doma (questo il nome completo della legge a marchio Clinton), ecco che si creerebbe un nuovo profilo giuridico e legislativo, nel quale lo Stato (inteso come stato federale, e non come singolo stato federato) afferma il diritto universale di veder riconosciuta la propria unione, e dunque lascia ai singoli congressi la possibilità di legiferare.

La decisione finale, come già detto, richiederà molto tempo, e arriverà fra circa due mesi. Sarà un verdetto sul filo del rasoio, vista la composizione chiaramente politica della Corte Suprema, con cinque giudici nominati da presidenti repubblicani (due da Ronald Reagan, uno da Bush padre e due da Bush figlio, tra i quali c’è il presidente John Roberts) e quattro da democratici (due Clinton e due Obama), e che potrebbe rendere la sentenza un fatto non solo giuridico, ma ideologico.

L’appuntamento con la storia, dunque, è per giugno. Con la speranza che l’eventuale decisione favorevole dei togati statunitensi apra a un intervento, anche blando, delle organizzazioni internazionali, affinché vi siano pari diritti per tutti, e si infrangano le barriere discriminatorie che, con l’elezione di Barack Obama, hanno visto un grande e benefico indebolimento.

Stefano Maria Meconi

@_iStef91

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Una risposta a Nozze gay, verso il pronunciamento della Corte Suprema

  1. avatar
    Maria 28/03/2013 a 10:31

    In realtà il matrimonio è accessibile ai cittadini omosessuali in nove stati degli Stati Uniti più il Distretto della Columbia. Mentre se non sbaglio altri nove stati permettono le unioni civili, tra cui, appunto, anche la California. A ogni modo, speriamo che quei due divieti scadano e presto in tutti gli Stati Uniti gli americani omosessuali possano sposarsi. Sarebbe uno stimolo per altri Paesi a fare un ulteriore passo verso la solidarietà e il rispetto.

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