Nine Inch Nails, ‘Hesitation marks’: evolversi o scomparire? – Recensione

Nine Inch Nails Hesitation marks (nineinchnails.tumblr.com)

Una delle quattro copertine del nuovo album dei Nine Inch Nails, "Hesitation marks" (nineinchnails.tumblr.com)

Dopo aver maturato un certo numero di esperienze, si arriva per forza di cose ad un punto nella vita, tanto comune quanto artistica, in cui occorre fare necessariamente delle scelte. Tra queste: evolversi o scomparire? Scegliere di polverizzarsi nel frastuono di produzioni mondiali più o meno ufficiali (poche quelle veramente interessanti e meno retrograde o pseudo-modaiole) avrebbe comunque un suo senso, specie se ci si è lasciati alle spalle anni e anni di studio stilistico e quintali di sperimentazioni mai veramente inutili, anzi sostanzialmente necessarie. Evolversi, dal canto suo, equivarrebbe invece al dover azzeccare scelte di crescita creativa molto difficili da mandare in porto se non si hanno degli obiettivi consapevolmente prefissati, vuoi in ambito tematico, vuoi in ambito esclusivamente sonoro.

Se parliamo del signor Trent Reznor, insomma, innanzitutto facciamo un bel po’ di igiene orale prima di azzardare qualunque ipotesi di giudizio: siamo, infatti, pur sempre parlando di colui che riuscì nell’impossibile intento di amalgamare con estremo criterio i martelli pneumatici degli Einstürzende Neubauten con le schitarrate e le drum machine frenetiche dei Ministry e (pare strano ma è così) i paesaggi sonori del Brian Eno più melodicamente riflessivo se non proprio di gente come Tangerine Dream e compagnia bella (andatevi a sentire, se non ci credete, Still, capolavoro aggiuntivo dell’edizione deluxe del live And all that could have been).

Proprio Reznor, dunque, malgrado abbia un po’ disperso le tracce della sua creatura principale in professioni compositive per colonne sonore hollywoodiane (quella di The social network, per la regia di David Fincher, gli è valsa un Oscar nella parentesi da compositore al fianco del polistrumentista e programmatore Atticus Ross), di certo non è l’individuo che butta giù pezzi a caso. Anzi. Hesitation marks, l’attesissimo nuovo album dei ritrovati Nine Inch Nails (sempre più ai limiti del “one man band” metà umano e metà sintetizzatore) si colloca esattamente nel mezzo di queste due potenziali scelte (evolversi o scomparire, dicevamo) essendone, di fatto, una sorta di risultato congiunto, una sottospecie di ipotetico e pur giusto punto di arrivo artistico. Che piaccia o no.

Cosa vuol dire, questo? Vuol dire che se, da una parte, l’eterno genio Reznor ha accusato, pur giustamente, la fatica (comune a pochi, anzi a nessuno) di tre o quattro puri capolavori consequenziali (Pretty hate machine di recente rimasterizzato, Broken, The downward spiral e l’inarrivabile The fragile) subendo qualche piccolo incidente di percorso (With teeth e il doppio strumentale Ghosts I-IV, quest’ultimo comunque autoreferenzialmente seminale), tasselli come l’intermediale Year zero e il seguente The slip hanno gettato basi differenti ma non per questo meno importanti, più dedite al minimalismo che agli elettroni distorti ma non per forza scarne di senso e di energia anche laddove proprio quel minimalismo si trasforma in successioni di “beat” ai limiti del pop elettronico estrapolandone le viscere più ruvide e sgretolanti.

Giudicare in maniera definitiva Hesitation marks, quindi, in uscita il prossimo 3 settembre, non è praticamente possibile se non inquadrandolo come saggio elemento terminale di una lunga serie di esperimenti sonori che hanno fatto dell’industrial, un tempo esclusivamente “under-under-underground”, una sorta di rivendicazione mainstream sbattuta in faccia alle poltrone ancora calde degli uffici di produzione. Di industrial, certo, ce n’è ormai poco, anzi quasi niente: ma che senso avrebbe, in effetti, continuare a schitarrare (al di là dei palcoscenici mondiali) urlando al mondo la propria mania di autoeliminazione?

Ancora una volta: così è, se vi pare e, soprattutto, che vi piaccia o no. Non importa così tanto, anzi non importa affatto, specie se ragioniamo in termini di importanza artistico-storiografica. Hesitation marks non è tanto un punto di arrivo quanto un trampolino di nuova partenza, magari non più così seminale ma di certo innovatore del proprio stesso non-genere, del proprio stesso essere qualcosa di consapevolmente altalenante tra l’ordine strutturale in formato canzone e un sempre vivo tentativo di non rendersi mai uguali a se stessi anche in un evidente (anche se lungimirante) minimalismo.

Trent Reznor (billboard.com)

Trent Reznor (billboard.com)

Minimalismo. Si fa per dire, se l’orecchio assiste ad una delle più pregevoli cure ritmiche degli ultimi anni. Lo dimostra immediatamente il dittico iniziale The eater of dreams / Copy of a, più che minuziosamente analizzati all’estrema unzione in tempi e frequenze al vago sapor dei Radiohead di Amnesiac o The king of limbs forse ancora più stratificato e reiterante, specie in momenti come quelli corrispondenti a Disappointed o lo stesso singolo radiofonico Came back haunted (allucinante, nel vero senso del termine, il videoclip diretto da David Lynch). Echi addirittura provenienti da un certo post punk / wave vivono di vita differente in Everything (l’altro brano diffuso in rete) e sfociano nei cenni di commercialismo pop (in questo, a dire il vero, un tantino imbarazzante) di Satellite, ma notevoli spunti elettrici si riscontrano in tasselli come l’ottima Various methods of escape, così come ancora più ispide incursioni ritmiche perforano le compulsive Running e I would for you prima di aprire la strada finale ai ritrovati cenni più marcatamente industrial di In two e alle aperture synth-fiatistiche di While I’m still here sfocianti nel caos finale dell’oscuro “outro” offerto da Black noise.

L’edizione deluxe composta da due compact disc (e quattro copertine differenti) contiene anche un ep strutturato su tre remix che ben poco, se non nulla, di interessante aggiungono (almeno non nella maniera devastante di esperienze ancora scottanti come Fixed, Further down the spiral e Things falling apart) ad un album complesso, contorto, magari non seminale ma di certo punto di nuova partenza assolutamente sensato e attendibile solo ed esclusivamente considerando l’intera produzione artistica di mister Reznor. Notevoli, poi, sono le incursioni tecniche di un certo Adrian Belew (collaboratore per divinità musicali come Frank Zappa, King Crimson, Porcupine Tree o Talking Heads, tra i tantissimi altri) e importante, anche stavolta, sembra essere stato il supporto elettronico del nostrano Alessandro Cortini, di rientro in formazione dopo le esperienze di Year zero e Ghosts I-IV.

Il consiglio è il seguente: ascoltatelo con attenzione solo se siete consapevoli di quanto regalato al mondo intero da “mr. Self Destruct” in quasi venticinque anni di imponente carriera. Siamo di fronte ad un album magari non bellissimo ma tutt’altro che inutile, da posizionare all’apice dell’opera omnia di qualcuno tra i pochi veramente dediti al mettere in pratica il significato più profondo del termine “sperimentazione”. Qualora non conosceste a fondo il soggetto o vi aspettaste dell’altro, potreste non arrivare a capirlo, quindi desistete.

(Foto: billboard.com / zumic.com / nineinchnails.tumblr.com)

Stefano Gallone

@SteGallone

[youtube]http://youtu.be/1RN6pT3zL44[/youtube]

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4 Risponde a Nine Inch Nails, ‘Hesitation marks’: evolversi o scomparire? – Recensione

  1. avatar
    Anonimo 02/09/2013 a 16:08

    “ascoltatelo attentamente” credo sia un ottimo consiglio…ho visto troppe recensioni (soprattutto italiane, chissà perchè)scritte secondo me dopo un ascolto molto superficiale. HM NON E’ Downward Spiral ed è giusto che non lo sia..e sono stanca di leggere in giro che Reznor è finito e non ha più idee solo perchè non si vuole piu’ suicidare ogni tre per due.
    secondo me HM è un grande album da “ascoltare attentamente” e senza pregiudizi.
    cri

    Rispondi
    • avatar
      Stefano Gallone 02/09/2013 a 23:22

      Grazie per l’attenzione, “Cri”.
      Certo, non è un capolavoro di bellezza, può tranquillamente non piacere affatto, ma di sicuro è un punto di nuova partenza per cercare di fare almeno qualcosa di diverso. Se mr Reznor non avesse idee, beh, continuerebbe effettivamente a fare solo colonne sonore, il che gli frutterebbe anche qulche soldo in più, penso. Invece riprendere il progetto NIN con idee a lungo termine è quanto di più coraggioso (se ancora ci fosse bisogno di manifestare il suo coraggio sovrumano) si possa fare in carriere come la sua, costernata di capolavori.
      Quanto all’ascoltare attentamente, sì, è proprio un serissimo problema soprattutto di noi italiani (anche se mondiale e generazionale) non aver (mai avuto?) più voglia di fermarci a sentire un disco per intero, leggere qualche pagina di libro o anche solo pensare, avere un pensiero, un’idea.
      Grazie per il tuo commento.
      Saluti.

      p.s: se ti incuriosisce, parlo di questi dilemmi anche riguardo il disco nuovo dei Marlene Kuntz, più o meno sulla stessa linea pubblicamente problematica (e non a caso lo collego proprio a questo discorso): http://www.wakeupnews.eu/marlene-kuntz-nella-tua-luce-evolversi-o-scomparire-parte-ii-recensione/

      Rispondi
  2. avatar
    pietro 04/09/2013 a 00:44

    Trent ha coraggio da vendere…..evolversi o scomparire è proprio questo il problema dei soli artisti sui quali grava il peso dei propri album “capolavoro”…. IL NOSTRO si è sempre mosso alla grande in un contesto musicale complicato mentre quest’ ultima fatica non è un nuovo inizio….è la continuazione dell’evoluzione già dimostrata con quanto da lui proposto negli ultimi 5 anni…..questo ne fà un artista a 360°, musicista compositore arrangiatore moderno e dal futuro ancora luminoso. Pietro

    Rispondi
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      Stefano Gallone 04/09/2013 a 12:07

      Ciao Pietro.
      Eh già. Trent non è affatto l’essere umano che si arrende a qualunque gigante perché il vero gigante è lui. Può fare qualunque cosa, che piaccia o no (in me, ad esempio, “Hesitation Marks” non ha destato alcuno stimolo così particolare come lo fece, cambiandomi proprio la vita, “The Fragile”, ma ha comunque fatto scattare un certo interesse e una relativa curiosità nel tentare almeno di capire con cosa avevo a che fare).
      Trent ha quintali di coraggio da vendere, credo, anche quando (stando a quello che ho letto tramite Rockit, che rimandava all’intervista originale; ammesso che sia vero, ovviamente) dice “comprate il mio disco o andate aff……”: se lo dice uno che ha letteralmente regalato i suoi dischi (e che dischi!) per anni e anni ricevendo il nulla in cambio, non si può che dare ragione. Scaricare per conoscenza va più che bene ma qualsiasi forma d’arte è anche un prodotto, quindi va sostenuta anche economicamente, specie se il prezzo complessivo si mantiene basso e inversamente proporzionale alla qualità e specie se il prodotto stesso equivale effettivamente a opera d’arte (packaging, artwork, ecc).
      Reznor è proprio una forma di incarnazione del coraggio artistico di continuare ad esprimere semplicemente se stessi senza mediazioni e, soprattutto, imparando dalle proprie esperienze, tanto passate quanto presenti. Sa bene di poterlo fare (le possibilità e l’economia non gli mancano affatto) e non ci gira intorno perdendo tempo: basta dare un’occhiata agli speciali del dvd di “The social network” (per la cui colonna sonora ha vinto pure un Oscar) per vedere come abbia letteralmente approfondito il discorso compositivo recuperando conoscenze passate (ha riempito intere stanze con sintetizzatori ’70…forse, dopo di lui, lo han fatto solo i Depeche Mode, nel “mainstream”) per metterle, però, al servizio del presente in ipotesi del futuro. Se non è evoluzione questa qui…
      Grazie mille per l’attenzione.
      Saluti.

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