Nessuna redenzione è possibile: lo dice il Profeta

Con il bravissimo Tahar Rahim e Niels Arestrup, una pellicola dura ma realistica sulla fragilità umana e la logica di una salvezza raggiungibile solo sottomettendosi alla legge del più forte

di Adriano Ferrarato

Locandina

Locandina

La storia inizia in un carcere francese. Malik El Djebena (Tahar Rahim), un giovane arabo di 19 anni, è condannato a scontare 6 anni di prigione. Privo di una qualsiasi forma di istruzione e totalmente solo, il ragazzo è presto preda di una banda di detenuti corsi, il cui capo, Cesar Luciani (Niels Arestrup), lo obbliga ad uccidere Reyeb (Hichem Yacoubi), un prigioniero di origini egiziane che gli sta causando alcuni problemi.

Portato a termine con estrema sofferenza il difficile compito, per Malik inizia una sorta di lungo apprendistato -affiancato da Ryad (Adel Bencherif), un prigioniero musulmano con il quale condividerà una bellissima quanto intensa amicizia- che nel giro degli anni di prigionia lo porterà ad imparare in fretta la dura vita carceraria e a scalare le vette del potere all’interno delle gang che occupano il penitenziario e che dettano legge dentro la claustrofobica struttura. L’inserimento non sarà per nulla facile: odiato dai banditi corsi per via delle sue origini orientali, viene anche mal visto dai suoi stessi connazionali, che lo accusano di essere un burattino dei malviventi europei, ai quali spesso provvede a portare giornali e a pulire le stanze dove essi si appartano per le loro losche riunioni.

Violenza, perversione, degrado, razzismo e politica, Corano. In questo film il regista Jacques Audiard ha creato una pellicola dura che però merita davvero enorme attenzione, raccontando verità insindacabili. La prigione del Profeta è la Francia multietnica e allo stesso tempo il mondo di oggi, dove sopravvivere dipende veramente da quanto più velocemente si riesce ad imparare e imbrogliare. Una metafora in cui Malik , pieno di ambizioni, dice a tutti come nella vita non è possibile la salvezza, se non adeguandosi alla legge del più forte.

Nei 150 minuti di film lo spettatore rimane letteralmente colpito allo stomaco dalla crudezza realistica delle scene, ma anche affascinato dal percorso interiore che il giovane Tahar Rahim porta sullo schermo. Sorprendenti i primi piani e le scene “caotiche” dove si riescono davvero a condividere i deliri del protagonista. E la dura verità che il carcere, invece di correggere e reintegrare nella società, ripropone nel suo microcosmo le diseguaglianze sociali, lo xenofobismo e la legge del dominio e della tirannia sugli indifesi.

Tahar Rahim e Adel Bencherif

Una logica darwiniana che porta ad approfittare di tutto e tutti, guardandosi bene le spalle e comprandosi le amicizie con il denaro, attraverso cortesie reciproche e assurde metodologie doppiogiochiste. Ed è nel rapporto tra il giovane Malik e il vecchio Luciani che questo processo si compie in una sorta di lotta che volgerà progressivamente e inesorabilmente a favore del primo, mentre per il secondo resteranno solo umiliazioni e solitudine, dopo i tanti anni di ebbrezza e di autorità incutendo paura agli altri. Esattamente come il grande imperatore Giulio Cesare, tradito dal suo stesso figlio Bruto. Il rapporto tra i due personaggi è davvero simile.

Cesar è infatti vecchio, ma forte, carismatico e su El Djebena ha un forte magnetismo (quasi come fosse per lui un padre) tale da controllarne l’impulsività e renderla utile per i suoi scopi. Conosce tutte le guardie, fa uccidere chi vuole e si circonda di sgherri corsi con i quali nel penitenziario vive praticamente e paradossalmente come un benestante, servito e riverito. Ma sotto questa scorza da duro teme moltissimo il giovane, punendolo crudelmente ogni volta che agisce di testa sua e inviandolo in missioni anche fuori del carcere, dove gli fa assaporare una vita esterna praticamente identica a quella del penitenziario, fatta di rapimenti, pericoli, botte, avvocati corrotti.

Per Audiard il dentro o fuori non esiste, ma tra tanto degrado, però, il regista trova modo di far cogliere allo spettatore dei veri e propri fiori nel deserto, focalizzandosi su alcuni particolari valori che proprio Rahim mostra sapientemente. Le immagini della goduta libertà (anche se vigilata), l’emozione di vedere l’esterno del carcere, la luminosità del sole e l’acqua del mare che lambisce i piedi, che fanno da specchio al buio della cella e delle relazioni umane. La libertà che si sottolinea è quella del cervo, un animale che ricorrerà numerose volte in alcune immagini del film, la cui grazia e velocità implicano nel ritorno allo stato naturale delle cose la vera soluzione di tutti i problemi. Sotto un certo punto di vista, sta ad indicare come è l’uomo l’unico artefice e colpevole assoluto del proprio cammino senza salvezza.

Una scena del film

Una scena del film

Sono i passi del Corano, e alcune allucinazioni in cui il ragazzo parla e interagisce addirittura con la vittima del suo primo assassinio, a guidarlo nel suo cammino di onnipotenza. In cui però anche l’amicizia e il rispetto per gli altri sono valori che non vengono meno. Tra tanti nemici infatti, Malik incontrerà un altro arabo, Ryad, che lo aiuterà nei primi difficili momenti in cella ad introdursi nell’ambiente, lo istruirà e gli farà conoscere gli aspetti della vita meno duri: l’onore, la religione maomettana, la condivisione di qualcosa in comune. Splendida la scena in cui il nuovo “Profeta” terrà nelle braccia il figlioletto del suo amico più grande, ad indicare proprio nell’innocenza dell’infante una piccola vita pura non ancora contaminata dal degrado.

I personaggi di contorno del lungometraggio sono veramente innumerevoli, a partire dagli sgherri corsi, i boss fuori del penitenziario e la comunità araba dei detenuti. O singolari caratterizzazioni come Jordi lo zingaro (Reda Kateb, con cui El Djebena si metterà in ottimi affari nel campo della droga) che rendono ancora più complesso e realistico l’universo carcerario in cui Audiard muove la sua macchina da presa. Per non parlare poi dei secondini, corrotti e violenti, che non hanno niente di diverso dai delinquenti se non la divisa che li protegge. Il marcio è ovunque, la prigione invece di redimere infetta anche la vita di chi dovrebbe rappresentare la giustizia.

Unica nota stonata del film è purtroppo il doppiaggio italiano, che non rende giustizia ai vari dialetti e linguaggi (l’arabo, il corso) con cui gli attori comunicano, generando anche piccoli momenti di incomprensione nella visione. Che però nulla toglie ad un film ineccepibilmente perfetto, capace di svelare il senso e la pessimistica fragilità della debolezza umana e del senso della vita, portandosi davvero a chiedere se essa può essere salvata o tristemente svilita nel suo essere profondo. Un capolavoro.

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