Motorpsycho: “Heavy metal fruit” e i pregi della libertà creativa

Freschi di ventennale, i tre norvegesi tornano tra gli scaffali dei negozi a pochi mesi dall’ultimo lisergico lavoro in puro stile free

di Stefano Gallone

Artwork del nuovo album

Volere è potere, non c’è ombra di dubbio. Ma è anche vero che per arrivare ad avere il “potere” di fare ciò che si vuole bisogna passare inevitabilmente, non senza sofferenze ed incomprensioni, attraverso lunghi anni di estenuanti lotte alle divinità da merchandising. I Motorpsycho, scandinavi all’anagrafe ma transoceanici di animo, consapevoli di tali ingiustizie, hanno da sempre puntato sulla inossidabile dose di inventiva che li contraddistingue da qualsiasi esponente del filone alternative narcisisticamente e volutamente di nicchia per proporsi su palcoscenici di ogni natura, dai grossi festival europei ai locali da ritrovo, non importa il genere, non importa il tipo di formazione. Attaccare il jack alle chitarre e suonare è sempre stata la chiave d’accesso al loro mondo interiore, spesso mettendo ingiustamente da parte le immani doti tecniche che permettono al trio di Trondheim di presentarsi da solo (basso, chitarra e batteria) a dichiarare guerra alle orchestre da mercato a suon di watt e riff inderogabili. Questo nuovo gingillo di pura espressione artistica, battezzato “Heavy metal fruit” (non si scambi il titolo per il genere), dimostra a chiare lettere come la necessità di fare della musica non uno stile di vita ma una vita intera, fregandosene delle leggi di mercato e facendosi bastare le parcelle di ingaggio dei club europei, sia la base per continuare a fare ciò che si ama più di tutto. Soprattutto a quarant’anni “suonati”.

Il nuovo lavoro estrapola dai meandri più nascosti dell’infinito bagaglio culturale di Saether e soci quanto di più profondo si annidi in ascolti passati e presenti con inclinazioni, forse, a desideri stilistici futuri. Seppur di difficile ascolto (sei brani per un’ora di durata), la via intrapresa sembra essere, ormai, quella della molteplicità e della complessità strutturale dei brani che si aggiungono al vastissimo repertorio di una band che non stanca mai di stupire nel modo (più che nell’essenza) in cui propone le proprie idee: un giro di basso non è mai solo un accompagnamento ritmico ma assume le sembianze di un supporto solista per parti di chitarra mai fini a se stesse e complementari al complesso metafisico del groviglio di sensazioni che un qualunque brano riesce a conferire soprattutto in sede live. Risultato: una valanga di momenti sonori che, se sommati, appaiono come pura voglia e necessità di salire su un palco per dare avvio ad una condivisione di idee e spunti che non avrebbero fine se le luci non si spegnessero dopo un paio di ore.

La band: (da sinistra) Bent Saether, Hans Ryan, Kenneth Kapstad

Questo è quanto sembra voler riportare la traccia di apertura, “Starhammer”, dodici catatonici minuti di stupefacente miscellanea tra l’hard rock del fortunato “Demon box” e le più sincere influenze a tratti prog dei Grateful Dead più allucinati, anche se la successiva “X-3 (Knuckleheads in space) # The getaway special” sottolinea quella frazione di curriculum che vede la band, dal 1999 al 2004, impegnata in una serie di meravigliosi e spiazzanti lavori dal sapore “seventy” (“Phanerothyme” e “Let them eat cake” erano due gioielli preziosi) per mezzo di ritmiche dispari, portanti elementi pianistici e inserimenti di fiati concatenati al concetto di jam session puramente jazz (a tanto è valsa la collaborazione con Jagga Jazzist per il notevolissimo esperimento “In the fishtank”). “The bomb-proof roll and beyond (for Arnie Hassle)” e “W.B.A.T.” riscoprono il gusto per il prediletto riff portante, base per le sperimentazioni sonore e strumentali più disparate e degne dell’avant-prog più indecifrabile, mentre “Close your eyes” placa ogni sentore di nevrosi con il semplice uso di arpeggi pianistici a sfiorare il romantico. “Gullible’s travails”, infine, arriva a delinearsi come la suite per eccellenza, la “ciliegiona” sulla torta in puro stile progressive tra Jethro Tull e King Crimson con tanto di controtempi, flauti, archi e melodie da puro trasporto emozionale, nei suoi venti minuti così pieni di passione e di idee da far pensare ad una sorta di immortalità insita nelle viscere di tre anime indissolubili, devote e riconoscenti verso un’esistenza (non solo una professione) con la quale andare, orgogliosi, a disseminare “frutti” di vitalità e bisogno sonico irrinunciabile in giro per il pianeta.

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