Monti bacchettato dalla Bocconi: “bisogna tagliare la spesa pubblica”

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Alberto Alesina

Roma – Se di Governo tecnico dobbiamo morire, almeno che sia con i tecnici giusti. Ieri il Corriere della Sera pubblicava il seguente articolo, Ora date un taglio alle troppe spese. La firma è di due fine menti dell’economia italiana, bocconiani come il presidente del Consiglio nonché Professore emerito Mario Monti: Alberto Alesina e Francesco Giavazzi.

Dopo il nuovo rialzo del differenziale tra titoli di Stato italiani e Bund tedeschi che martedì ha superato la soglia critica dei 400 punti, i cattedrattici hanno preso carta e penna per cantarle chiare al premier nonché alla sua inerzia nel varare misure efficaci per rimettere in moto l’economia della nazione. La lettura è stimolante.

Dicono Alesina e Giavazzi: i dati che trapelano dalle statische ufficiali sono preoccupanti. Nell’ultima parte del 2011, la spesa delle famiglie è caduta di un punto percentuale, quella delle imprese di 3. Il Pil si assottiglia. A partire dal 2012, cioè dall’inizio del mandato Monti, la situazione è peggiorata e il prossimo ottobre entrerà in vigore anche un aumento di due punti dell’IVA che passerà dal 21% al 23%. Nel frattempo il costo del debito pubblico ha ricominciato a salire passando da 4,8 del mese scorso ad 5,6 di oggi.

Tenuto conto del contesto, gli economisti sono arrivati a formulare una conclusione e una domanda. Conclusione: l’Unione europea chiederà presto all’Italia un’ulteriore correzione dei conti per rientrare nel pareggio di bilancio 2013. Domanda: a quel punto Monti che farà?

Non potendo dare una risposta, i luminari hanno spiegato come si muoverebbero a partire dalle manovre Salva-Italia e Cresci-Italia già varate dal Governo. Rilanciare nell’immediato l’economia è impossibile. Le liberalizzazioni sono state blande. La riforma del Lavoro ha lasciato invariato l’assetto complessivo impedendo la maggior flessibilità in entrata ed in uscita. La presenza dell’articolo 18 scoraggerà gli investitori esteri i quali mai accetteranno di vedersi imporre la gestione dei dipendenti da un giudice. Non si è riusciti a convincere le banche ad investire i 250 miliardi di rifinanziamento avuti dalla Bce nell’economia reale. (Denari che sono invece stati spesi per l’acquisto di circa 54 miliardi di titoli di Stato, impiego più remunerativo). Dunque, l’operato del Governo è un rovescio di sole tasse. Ergo – continuano gli economisti – rimane solo una possibilità: la spending review, ovvero il controllo sistematico delle spese della pubblica amministrazione, per dimagrire subito il corpaccione statale. Scelta obbligata per non rendere vani i sacrifici erariali fatti e ancora da fare (vedi l’Imu) dai contribuenti.

L’idea è corretta e avrebbe dovuto essere messa in pratica da mesi ma pare che eliminare gli sprechi dello Stato sia un miraggio irraggiungibile. Il perché è da capire.

Gli economisti lasciano intendere che Monti, davanti ai bilanci pubblici e alle relative lobby di boiardi a cui pare incapace di dire no, si sia limitato ad osservare le singole voci invece del complesso generale arrivando a concludere che tutto fosse indispensabile. Vero. Ma questa lettura non spiega completamente le ragioni di tanta pruderie nel tagliare la spesa.

Invece tutto appare più chiaro se si osserva quel che accade a Montecitorio. Qualche esempio. All’inizio del mese la Commissione governativa per il livellamento retributivo Italia-Europa (Comliv), presieduta da Enrico Giovannini e incaricata di livellare gli stipendi dei parlamentari italiani a quelli europei ha gettato la spugna. Motivo: impossibile stabilire l’effettivo ammontare degli onorevoli stipendi a causa dei troppi paletti imposti dal Parlamento.

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Francesco Giavazzi

Altro giro, altra corsa. In marzo sono state rese note le nuove regole per i vitalizi dei parlamentari che avrebbero dovuto essere equiparati nel calcolo a quelli delle pensioni secondo il dl Salva-Italia. I vitalizi sono rimasti invariati perché invece della riforma Fornero che imponeva il conto dei contributi a partire dagli ultimi 5 anni, si è preferito il calcolo di quelli versati nella vita secondo la riforma Dini del 1995. Un generoso mix di retributivo-contributivo che i parlamentari hanno ritenuto loro “diritto acquisito” e votato di conseguenza a furor di popolo. Ancora. Ieri l’ABC della politica, Alfano, Bersani e Casini – malgrado gli scandali finanziari che stanno affossando la Casta e i relativi partiti – hanno trovato un accordo sui lauti rimborsi elettorali: non li riducono di un centesimo, non rinunciano all’ultima trance di 100 milioni prevista nella legislatura ma in compenso – promettono – ci saranno più controlli.

Visto il quadro, la sintesi è la seguente: Monti è un contabile privo di vigore, la partitocrazia inetta è pronta per il suicidio e l’Italia ritorna sull’orlo della bancarotta. Rimangono Alesina e Giavazzi. Considerata la lucida analisi, li si propone per Palazzo Chigi e pazienza per il voto, tanto ormai da noi è una consuetudine demodé. Si prega di presentarsi muniti di cesoie. E di fare presto.

Chantal Cresta

Foto || lastampa.it; repubblica.it; corriereuniv.it

 

 

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