Metamorfosi: quando l’anagrafe non conta

Dal 12 febbraio è disponibile ‘Chrysalis’, il nuovo album dei laziali Metamorfosi. Gusto melodico, jazz e rock sono solo alcuni dei punti su cui si basa un vero e proprio esperimento

I Metamorfosi

I Metamorfosi

Il panorama cosiddetto “indie” è pieno di strani miscugli come anche di proposte allettanti e sempre capaci di stimolare una certa curiosità anche in un ambito sonnolento come quello italiano. Il più delle volte, però, nella pur sincera intenzione di differenziarsi dal resto della ciurma, si rischia di impantanarsi in esperimenti già posti in essere, malgrado l’intenzione dei diretti interessati sia genuina e limpidamente votata al raggiungimento di un coefficiente di godibilità quantomeno soddisfacente. Così facendo, l’asticella del comune senso dell’intendere il dato musicale odierno rimane sempre a mezz’aria, in una sorta di limbo in cui navigano colleghi ormai datati e rispettivi seguaci forse non indottrinati a dovere. Sperimentare, quindi anche etichettarsi come “post” soprattutto in un territorio alquanto ostile come quello del formato canzone, vuol dire munirsi di coraggio e tentare di compiere salti in avanti mantenendo, però, una percettibile struttura di fondo che renda il tutto riconoscibile e, di lì in poi, assimilabile in forma di esperimento.

ESPERIMENTI – Forse non è proprio un caso, allora, se una band che porta il nome di Metamorfosi giunge alla nostra attenzione proprio per questa capacità di ricognizione strutturale adibita, però, allo sviluppo di una camaleonticità assolutamente non di  poco conto, anzi indispensabile laddove l’obiettivo è quello di assumere spunti di partenza come trampolino di lancio verso nuove rotte stilistiche, non importa se eccessivamente distanti e, per questo, inizialmente poco accessibili (erano poco accessibili, tanto per dire, pure i Kraftwerk del primo periodo, basta rivedere in video le facce dei presenti al concerto di Berlino nel 1970; poi sappiamo tutti come è andata).

La copertina di "Chrysalis", il nuovo album dei Metamorfosi

La copertina di “Chrysalis”, il nuovo album dei Metamorfosi

PER UN CONCETTO DI DECOSTRUZIONE – I laziali Sarah D’Arienzo, (voce), Tyron D’Arienzo (chitarra) e Gianluca Manfredonia (batteria), alias Metamorfosi, tentano – con grande merito – di fare proprio questo: partire da formati strutturali preesistenti (e collaudati) per operare una decostruzione che sia capace di rimescolare le carte in tavola nel tentativo di proporre qualcosa di immediatamente riconoscibile eppure orientato verso orizzonti di rinnovamento sonoro. Il loro nuovo album Chrysalis (uscito lo scorso 12 febbraio), allora, diventa il contenitore di queste vere e proprie rotte tracciabili con il giusto senso di curiosità e predisposizione al cambiamento. I tasselli che compongono Chrysalis possono, infatti, risultare estremi, se vogliamo, nel loro continuo battere strade tortuosamente nuove, ma non detengono una sostanza complessiva così difficile da assorbire una volta assimilate le regole del gioco (perché ci sono delle regole ben precise, in un progetto del genere, solo apparentemente sguinzagliato ma, nella sostanza, assolutamente consapevole dei propri personalissimi confini autoimposti).

LA RILETTURA DI RIFERIMENTI – Sono proprio i membri dei Metamorfosi a parlare di jazz, rock ma, al contempo, di canzone d’autore moderna come quella ascrivibile ai vari Max Gazzè o Carmen Consoli (per i quali, manco a dirlo, proprio i Metamorfosi è capitato di aprire qualche concerto). Eppure, tanto in Chrysalis come nel dna del trio laziale, dimora tanta ma tanta consapevolezza sperimentale maggiormente ascrivibile a progetti come quello di Beth Gibbons (voce dei Portishead) in duo con Rustin Man (pseudonimo di Paul Webb, bassista dei Talk Talk) che porta il nome di Out of season. Proprio come quell’album sperimenta sul formato canzone prendendo in prestito la decostruzione già operata proprio dai Portishead e facendola interagire con metriche jazzate e acidamente blueseggianti, Chrysalis dei Metamorfosi avvia un processo di rilettura complessiva dei propri riferimenti sulla scia dell’attribuzione, ad essi, di una veste completamente diversa da quella di origine, eppure estremamente affascinante per quanto riguarda il risultato complessivo.

I Metamorfosi

I Metamorfosi

LA CRISALIDE DELLE INTENZIONI – Aprire un album, quando si sia ancora ascrivibili alla dicitura “emergente”, sulla scia di una perizia sonora del calibro di quella offerta da un brano come Essence è già di per sé una solidissima dichiarazione di intenti. Le carte in tavola vengono subito scoperte: grande gusto per la melodia – per quanto spesso volutamente irregolare e costruita su accordi solo all’apparenza sconnessi tra loro – sia da un punto di vista vocale che strumentale (in questo, vengono in mente i tentativi neo-cantautoriali della Elisa di Then comes the sun (alla cui voce quella della D’Arienzo tanto si avvicina per pulizia, tecnica e bellezza oggettiva), con non inferiore propensione ad aperture elettriche le cui sezioni ritmiche, però, sono più ascrivibili alla conformazione di quelle relative a Coldplay e Arcade Fire, non a caso agglomerati rinnovatori, nel loro ambito, proprio delle strutture melodiche note ai più. Proseguendo sulla via tracciata, poi, dalla successiva title track Chrysalis si percepisce già definitivamente la capacità dei Metamorfosi di operare interscambi elettroacustici che fanno da ponte addirittura ad accenni classicheggianti (Gregor Samsa, titolo ben più potente di un qualunque uso verbale nell’ambito del conferimento di senso complessivo) per poi approdare ai capovolgimenti di gerarchie strutturali grazie a Levity e Keep the pain, dove sono le percussioni a fare da pilastro portante in quanto strumento principale anche in conformazione di metronomo adibito a collante melodico. Ed è proprio su questo nuovo giro di boa (in poco più di trenta minuti di disco) che si innestano le pregevoli scelte minimaliste di Light e le incursioni filo-wave di Packed smiles, fino a convogliare il tutto nella perfetta summa psico-swing sognante prodotta dalla conclusiva The moon is kiddin me.

Chrysalis, in definitiva, proprio come la band sua autrice, rappresenta una proposta di profondo rispetto e, di conseguenza, da trattare veramente coi guanti se si vuole assaporare e gustare pienamente quanto di più magistralmente offerto dal trio laziale. Ennesima dimostrazione, questa, del fatto che non sempre l’anagrafe giovanile corrisponde a mancanza di esperienza e perizia complessiva nella scelta delle intenzioni da adagiare sul banco d’assaggio della comunità musicante soprattutto nostrana.

Voto: 7,5

Stefano Gallone

@SteGallone

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