‘MERIMIA’: uno spettacolo tra anime diverse e vicine – Recensione

Una delle scene di Merimia - photo by Gari Wyn Williams (riproduzione riservata)

Roma – Il 20 maggio scorso al Teatro Ambra alla Garbatella è approdato lo spettacolo MERIMIA – Liberamente ispirato dall’anima tra le righe di Alda Merini attraverso la mia, monologo poetico scritto e diretto da Gaia Gentile, che abbiamo intervistato proprio la scorsa settimana.

Spettacolo di natura poetica, Merimia nasce dall’interiorità di un’anima a colloquio con se stessa. Merimia è una donna che fa la sua entrata in scena in cerca della bambola Piero, che altri non è che un’altra parte della sua personalità. In una sorta di delirio folle, l’attrice Patrizia Bernardini gioca a interpretare la dualità di questa personalità. Personalità che si cercano a vicenda, quasi a simboleggiare un’anima e un corpo che sono distaccate, ma  smaniose di unirsi.

Merimia è fragile, folle, delira in un mondo di poesia dolce, cruda, amara e schietta. Spiega al pubblico la sua personalità dalle prime parole: «Folle per molti, avvelenata dagli altri, imbrogliata da tutti, ma è il mio manicomio».

Al contrario, Piero non parla, non pensa ma conosce. La sua frase simbolo è: «Non penso, eppure conosco…».

Entrambe le figure hanno bisogno di amare ma, soprattutto, di essere amate. Merimia è concreta e matura; mentre Piero è quasi infantile, innocente tanto è puro. È evidente la battaglia di un io che lotta per non capire ma solo sentire; un io che vorrebbe rinnovarsi ma non riesce. Le due comunque riusciranno a ritrovarsi. La coscienza di sé di Merimia unisce la conoscenza di Piero e insieme si trasformano nella consapevolezza di sé, un’unità che sarà d’aiuto a Merimia per lasciare il palco con un valigia piena di sé, di libri, di fogli e coraggio per ricominciare.

Una delle scene di Merimia -photo by Gari Wyn Williams (riproduzione riservata)

Ad accompagnare le parole dell’attrice, la danzatrice Antonella Perazzo traduce in movimenti ciò che viene detto. Sulla destra nel palco, una band (diretta da Giuseppe Camozzi) intona musiche, testi e note dedicate a queste due figure che si cercano, si vogliono e sono bisognose l’una dell’altra. Note dolci, ma parole malinconiche, dedicate a Merimia. Sullo sfondo, invece, un muro. Ma non uno qualsiasi. Dato il titolo dell’opera, la parete è un chiaro riferimento al “Muro degli Angeli” di Alda Merini: un muro dove la poetessa scriveva i suoi appunti, i suoi aforismi e i suoi pensieri. Un muro usato da Merimia per le stesse identiche cose.

Per definire l’opera, sono da citare le parole di Gianluca Paciucci: «Non teatro parola alla Gaber-Luporini, né semplice accompagnamento di letture in pubblico e neppure versi in musica, come è successo a molti testi di Merini (…), ma poemusica – definizione è dei due artisti, Gentile e Camozzi, usata per la loro prima collaborazione».

È un viaggio interiore, nel personale: un dialogo fra due poetesse, tra i loro mondi e le loro emozioni. Per molti non è facile comprendere questo tipo di recitazione, ma la presenza della ballerina e della band aiuta molto. In una sorta di marionetta, bambola senza articolazioni, Antonella Perazzo non distrae il pubblico dalle parole dell’attrice, ma le fa da contorno e si dimostra molto brava e capace.  Stessa cosa vale per la band: come un carillon, culla i pensieri e le parole di ciò che è stato detto al personaggio e dal personaggio. Patrizia Bernardini è una perfetta padrona di casa, che riesce bene a destarsi e a dormire in una forma folle dettata da due anime poetiche.

Curioso notare alcune note di regia e di testi. Ad esempio il fatto che Merimia nel corso del monologo cambi scarpe a seconda del pensiero, ricorda molto Eduardo de Filippo che ne Gli esami non finiscono mai cambia il colore della barba per mostrare l’età e l’esperienza del personaggio. Altro esempio, per quanto concerne il testo è del perché l’autrice abbia scelto il nome di Piero. Una delle raccolte della Merini s’intitola Tu sei Pietro ed è dedicata al medico che si prese cura della sua prima figlia. L’opera risulta scorrevole, anche agli inesperti.

È la storia di un disagio, espresso in maniera poetica ma non petulante o ridondante. Una storia che la band di Camozzi canta con queste parole: «E ogni tanto un’ombra spaventa / fosse follia? Ma è solo nostalgia, / solitudine che altri chiamano poesia».

Francesco Fario

Photo by Gari Wyn Williams concesse da Ufficio Stampa Studio Uno

Share and Enjoy

  • Facebook
  • Twitter
  • Delicious
  • LinkedIn
  • StumbleUpon
  • Add to favorites
  • Email
  • RSS

Ti è piaciuto questo articolo? Fallo sapere ai tuoi amici

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato.

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

 
Per inserire codice HTML inserirlo tra i tags [code][/code] .

I coupon di Wakeupnews