Mediaset. Berlusconi non fa più notizia, forse ora si può parlare di riforme

berlusconi processo (university.it)

Silvio Berlusconi (university.it)

Roma – E alla fine accadde. Dopo vent’anni, 6 legislature, 12 governi, innumerevoli indagini, inchieste, processi, polemiche politiche mediatico-giudiziarie, una crisi mondiale, un governo tecnico, uno di Letta e di larghe intese previa esplosione del Pd, alla fine gran parte della stampa amica e nemica al Cavaliere lo ha fatto: all’indomani della sentenza di condanna per evasione fiscale inflitta a Silvio Berlusconi in Corte d’Appello sui diritti Mediaset, pare poco il risalto dato alla notizia. Il meglio è arrivato da La Stampa, la quale in prima pagina ricordava che in mancanza di terzo appello, l’indagato Berlusconi è e rimane tale. Il che sarebbe assurdo da ribadire se non fosse che si è trascorso 4 lustri a risuonare la cantilena secondo cui accusa di pm vale più di sentenza di giudice in Cassazione.

Quindi poca importanza hanno le solite frange integraliste distinte tra chi addita la persecuzione giudiziaria di là, e chi ulula alla colpevolezza paventando famigerati salvacondotti imprecisati, dall’altra parte. Poca ne hanno perché il dado che è stato tratto è ben più sostanziale: finalmente le beghe processuali di Berlusconi vengono lasciate a Berlusconi. Il che sgombra il campo a riflessioni più concrete. Una sulla leadership dei due grandi poli, centrodestra e centrosinistra, l’altra sul riordino di una Giustizia pluricondannata (lei sì) dalla Corte europea per varie e svariate inadempienze, ritardi, inefficienze, incompetenze e via sentenziando.

I temi non sono da poco. Per esempio, ora che il berluscocentrismo si sta esaurendo, sarà il caso che il segretario Angelino Alfano affronti le questioni da cui scampò mesi fa quando il Cavaliere ripiombò sulla campagna elettorale salvando capre, cavoli e partito pronto all’implosione. Cosine. Tipo capire come si fa a trasformare un partito carismatico in partito popolare; capire se si è in grado di guidarlo, altrimenti chi sia in grado di farlo; quale programma avere ma soprattutto sulla base di quali principi. Il che include una seria riflessione su cosa significhi essere centrodestra oggi. Meglio. Cosa significherà esserlo domani, giacché la politica miope che vive alla giornata dura poco, salvo poi trascinare per un quarto di secolo i propri resti.

Stessa solfa per il centrosinistra più sinistrato che mai. Vogliono stare nelle larghe intese ma non vogliono votare i parlamentari Pdl (ultimo Francesco Nitto Palma alla Commissione Giustizia del Senato). Vogliono un segretario ma non sanno a chi chiedere. Pensano ad un reggente fino ad ottobre ma non si mettono d’accordo. Strizzano l’occhio al M5s per affossare Letta ma nessuno si azzarda a fare la prima mossa. Stanno con Renzi ma anche no. Sperano nei giovani turchi ma non del tutto. Sono moderati ma anche no. Sono progressisti ma di progresso se ne vede ben poco.

In attesa che la sinistra decida cosa fare da grande, si rileva un dato: la sopravvivenza del Governo Letta dipende da loro. Lo ha ribadito persino il Cavaliere dopo la sentenza Mediaset: ‹‹Non saremo noi a mettere in crisi questo governo››. Detto in altro modo: cari amici, sono cavoli vostri. Il che va declinato così: o si sceglie di appoggiare Letta e rimanere uniti invocando il bene della Repubblica nelle riforme o ci si spacca, il governo cade e il centrodestra avrà materia di campagna elettorale per il prossimo decennio.

Il premier Enrico Letta (today.it)

In caso di durata di Letta&Co., però, sarà il caso si chiarisca ai nostri che nel cestino riforme va inclusa anche quella della Giustizia di cui solo i babbei possono credere non abbia bisogno di serio intervento giacché per un ventennio la si è preservata addebitando ogni modifica all’ingerenza del Caimano. Ora che l’attenzione scema su quest’ultimo, se e quanto durerà, ci si rimbocchi le maniche perché in magistratura urge – per cominciare – la riduzione dei tempi, la correzione al sistema di avanzamento di carriera e la rivisione delle modalità di carcerazione.

Chi è in attesa di giudizio non va incarcerato, va processato. Il più in fretta possibile se si hanno prove, e non indizi, per farlo. Altrimenti va lasciato ai casi suoi perché colui che non è colpevole è solo innocente. Non ci possono essere mezze vie, magari condite di moralismo che fa rima con giustizialismo.

E se la toga sbaglia o rallenta, è a lei che si deve chiedere il risanamento del malfatto con decurtazioni economiche e retrocessioni di carriera. La poltrona va guadagnata non assicurata per anzianità, tanto più perché è su di essa che si decide della libertà delle persone. Poi si aggiunga: affrontare le questioni segna la differenza tra avere una magistratura davvero indipendente da qualsivoglia sterilità, politica e non, e non averla. Ecco, forse un giorno si potrà discutere anche di questo.

Chantal Cresta

Foto || university.it; today.it

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