Me Se Rom, semplicemente Io Sono Rom

Una telecamera riprende l’ultimo anno di vita del Casilino 900. Conoscere i Rom in ogni giorno della loro vita

di Claudia Landolfi

«Si, chiaramente non bastano quelle poche ore la mattina per fare integrazione. Ci deve essere una collaborazione costante da entrambe le parti, sia le istituzioni, sia i rom stessi. È chiaro che qualcuno deve fare il primo passo, e il segnale deve essere forte e deciso».

Secondo voi qual è il ruolo svolto dalle associazioni in questa complicata fase di dialogo e scambio tra mondo dei rom e istituzioni? Come giudicate le politiche sociali attivate sul territorio? Avete notato se vi è una interazione tra gli organi governativi (comune e prefettura) e le associazioni che lavorano sul campo?

«È difficile dare un giudizio esemplificativo su questo punto. C’è da dire che il Casilino 900 non era considerato un campo attrezzato, ma era sorto e viveva come campo abusivo. Probabilmente in quelli “legali” c’è maggior coordinamento tra le parti. Oltretutto il nostro referente principale, come già detto, è stato Nayo Hazovic, rappresentante delle comunità nomadi Casilino 900. In ogni caso il coordinamento Rom, voluto e creato dalle comunità stesse, è stato pensato proprio con l’intento di scavalcare questi intermezzi mediatici. Le associazioni a parole hanno promesso molto, però nei fatti non si è realizzato ciò che si sperava. Le condizioni stesse in cui verteva il campo può testimoniare questa situazione».

In effetti, in un articolo redatto dalla MISNA (Missionary International Service News Agency) vi è una parte dedicata direttamente alla questione nomadi e le parole riportate di seguito, sono proprio quelle di Nayo Hazovic: «Da 20 anni, comune, associazioni varie, sostengono di volersi prendere cura di noi, ma in tutti questi anni la comunità non ha saputo esprimere un medico, un avvocato, un insegnante…la nostra colpa è stata quella di non parlare, di affidare a terzi la nostra voce; ci sono associazioni che vivono grazie a noi, e dai politici abbiamo ricevuto finora parole e ordini di sgombero. […] Negli ultimi decenni (il Casilino 900 esisteva da 40 anni) è stato fatto tanto a parole, ma i fatti dimostrano che noi viviamo ancora in rifugi di fortuna e che siamo esclusi dal mondo lavorativo e sociale italiano. […] Mandarci in campi attrezzati e appositamente costruiti per noi, in aree lontane chilometri dalla città stessa non aiuterà di certo la nostra integrazione, ma favorirà ancora di più le discriminazioni di cui siamo oggetto».

Amnesty International parla di violazione dei diritti umani. Nel mirino le modalità con cui sono stati attuati gli sgomberi, ovvero senza una efficace consultazione e coinvolgimento con la comunità rom, senza una risoluzione alternativa per la questione degli alloggi, con una dislocazione delle comunità attuata in maniera disorganizzata. Sembra che i rom non si siano sentiti sufficientemente coinvolti nella delicata operazione di “trasloco”, causando così evidenti disagi e stimolando sfiducia nelle comunità stesse. Avendo presidiato il campo del Casilino 900 per diversi mesi, che impressione vi siete fatti?

«Quando siamo arrivati sul campo ancora non si sapeva niente di questo Piano Nomadi. Sicuramente è stata una decisione presa dall’alto, calata dalle istituzioni. Era qualcosa che andava fatto; in un modo o nell’altro le due parti per forza di cose dovevano incontrarsi per cercare di mettere in pratica, ciò che era stato deciso, nel migliore dei modi. Sicuramente l’azione non è nata da un accordo o da un piano studiato a fianco dei rom, o di chi, di queste realtà, se ne occupa.

Bisogna comunque dire che tanti erano contenti di andare via da quel campo e di lasciarsi alle spalle una situazione di vita degradata, ma per altri è stato anche difficile dover lasciare il luogo dove si è nati, o dove comunque si è sempre vissuto. Credo sia normale affezionarsi a quello che fino a quel momento era stata la propria casa.

Per quanto riguarda la scelta di spostare le famiglie fuori dall’anello del Raccordo, molti mostravano un’evidente preoccupazione. Essere tagliati fuori dalla città ovviamente comporta una serie di conseguenze: per i bambini che frequentano le scuole, difficoltà a raggiungere centri di lavoro. Comunque negli ultimi mesi si respirava un’aria di tensione crescente. Le famiglie si domandavano dove sarebbero state traslocate, e soprattutto con chi; non erano ben chiari i tempi d’azione, il “fatidico giorno” è stato più volte rimandato e poi sollecitato per esser nuovamente rimandato. Si è cercato in ogni caso di dare un’immagine serena e conciliante al tutto; uno scontro frontale, muro contro muro, è ovvio che non sarebbe convenuto a nessuna delle due parti, tanto meno alle istituzioni stesse che devono comunque rendere conto a degli organi ben più grandi come la Comunità Europea».

Adesso il documentario, “Me Se Rom”, aspetta di essere concluso. L’idea è quella di portarlo all’interno di scuole e di tutti quei contesti dove la parola “Rom” segna il confine con un mondo troppo diverso per poter essere avvicinato; un mondo che richiama solo illegalità e furti, baracche e sporcizia. Al di là delle differenze che li contraddistinguono, nel documentario vogliono essere messe in luce quelle che sono le somiglianze e i punti di convergenza con questi gruppi etnici. Si vuole stimolare quantomeno la curiosità per il diverso e assottigliare quella linea della diffidenza, che troppo spesso vive su assunti comuni, senza riuscire a buttare l’occhio al di là di quella linea.

Un documentario di: Ermelinda Coccia, Davide Falcioni, Andrea Cottini.

Musiche: Gabriele Campioni, Rossopiceno

http://casilino900documentario.blogspot.com/

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