Me Se Rom, semplicemente Io Sono Rom

Una telecamera riprende l’ultimo anno di vita del Casilino 900. Conoscere i Rom in ogni giorno della loro vita

di Claudia Landolfi

«Questo è stato il mio approccio. Io sono entrato nel campo con la curiosità di capire se davvero queste persone fossero tanto diverse da noi, così come ci viene raccontano». Così ha inizio questo viaggio nel Casilino 900; a parlare è Andrea Cottini, uno dei tre ragazzi che assieme ad Ermelinda Coccia e Davide Falcioni, ha scelto di immergersi in questa esperienza.

Quando oggi sentiamo parlare dei rom quello che ci giunge alle orecchie spesso sono solo spezzoni di cronaca, ben confezionati, e che ben si inseriscono nella “narrativa mediatica”. «Una baracca prende fuoco nel Campo…vittima un bambino di 13 anni; Donna violentata da un rom e poi gettata in una scarpata a Tor di Quinto; Centocelletre studenti vengono sequestrati da nomadi». I giornali sono zeppi di queste notizie, ma quello che manca è un’informazione integrale, che esuli il caso del giorno e che informi l’opinione pubblica con ragione e cognizione di causa. Eppure quella dei Rom costituisce la principale minoranza etnica in Europa, con una popolazione che conta all’incirca 10-12 milioni di persone, presente in tutti gli Stati membri dell’UE. Una soluzione che si muova verso un’integrazione ed una convivenza efficace non è solo doverosa, ma necessaria.

“Me Sem Rom” è il progetto di un documentario, nato nella maniera più libera, dalla costanza dei sopralluoghi che si sono susseguiti giorno dopo giorno per circa dieci mesi, sino all’arrivo dello sgombero del campo nomadi Casilino 900.

Quando chiediamo qual è stato l’impatto entrando nel campo e trovarsi faccia a faccia con la comunità rom e quali sono le differenze tra la narrazione mediatica e la realtà fuori dalle telecamere e dai mezzi dei media, a rispondere sono Ermelinda e Andrea.

«Dobbiamo subito fare una distinzione tra quello che è stato l’impatto visivo e lo scambio umano. È indubbio che quando siamo entrati la prima volta dentro al campo, ci è sembrato di atterrare in un Paese del terzo mondo senza neanche dover prendere l’aereo. Ma se si riesce ad andare oltre a quella corazza fatta di baracche, povertà e aria irrespirabile, quello che si incontra è una comunità che al suo interno è fatta di persone più o meno disposte al dialogo, più o meno disposte a migliorarsi, più o meno disposte ai cambiamenti.

Quello che voglio dire è che superato il disagio della miseria, dettato soprattutto dalle condizioni di vita, quello che incontri non è un mondo indecifrabile o così lontano dal nostro. Loro non vivono solo affacciandosi sulla nostra società, ma a continuo contatto con essa; hanno i nostri stessi bisogni. Quando i ragazzi escono dal campo e li vedi col cellulare o che indossano un paio di scarpe delle Nike, l’integrazione è fatta ancora prima di volerla fare, solo che magari è fatta male».

La figura di riferimento per il gruppo è stata quella di Nayo Hazovic, uno dei rappresentanti dell’ormai ex campo Casilino 900. È stata lui la prima persona con cui hanno parlato e si sono relazionati.

«La diffidenza c’è, ed esiste da entrambe le parti. Le prime parole che ci ha rivolto Nayo, sono state: “Qual è il problema?”. Durante questi mesi ci siamo resi conto che il campo è continuamente frequentato da giornalisti con le loro telecamere che, giustamente, dovendo preparare il loro servizio velocemente, non hanno tempo reale per familiarizzare con la gente del posto, ma magari vanno dritti al punto e alle domande che gli interessano, perché già sanno cosa stanno cercando. Questo modo di affrontare la questione dei Rom, ovviamente, non aiuta nessuna delle due parti. Una volta che noi ci siamo seduti ed abbiamo spiegato la motivazione della nostra visita, abbiamo constatato invece che c’è una grande voglia da parte di questa gente di voler spiegare e comunicare il loro punto di vista. Tutta questa disponibilità ci ha messo a grande agio e ci ha permesso di dimenticare quella schiera di pregiudizi che inevitabilmente tutti hanno».

Il mito dello “zingaro ladro” sembra poi una costante che accompagna la vita di queste comunità, a prescindere dalle loro origini culturali, dalla loro storia e dalle differenze che segnano questi gruppi così vasti e anche così diversi tra loro. Credi che ci troviamo di fronte ad una leggenda fatta storia o ad un dato di fatto? È veramente impossibile pensare ad una integrazione di queste famiglie all’interno delle nostre abitudini di vita sociale? È davvero così impermeabile e radicata la loro cultura da non poter incontrarsi con la nostra società?

«Sicuramente questo binomio “rom-illegalità” è sempre esistito. Oggi assume una valenza molto più pesante e negativa, confrontandosi con “società civilizzate”. Però quello che abbiamo notato, è che una integrazione, a lungo termina chiaramente, non è impossibile. Oggi nessuno prenderebbe a lavorare un rom con se. Ma dall’altra parte, sono molte le persone che hanno voglia di essere messe in regola con documenti, essere riconosciuti socialmente, per poter trovare una loro collocazione».

In effetti molte famiglie non possono neanche più essere considerate nomadi nel senso stretto del termine. Ormai vivono stanziate nelle stesse città da venti, a volte trenta anni, se non di più. Il programma “scolarizzazione punta proprio su questa certezza, la permanenza prolungata di questi nuclei sul territorio. Continua a leggere ->

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