Mass media e culto dell’immagine: nasce l’«Homo mediaticus»

Mass Media

Luigi Gentili, sociologo e saggista

ROMA – Oggi il potere dell’immagine sembra pervadere sempre più ogni aspetto della vita sociale. Dal mondo dei mass-media a quello delle comuni interazioni sociali sempre più sopraffatte dalle apparenze estetiche, la realtà sembra a volte quasi scomparire cedendo il posto a dei simulacri, ovvero a forme di rappresentazioni prive di referente. A proposito di questo argomento abbiamo chiesto al sociologo e scrittore Luigi Gentili, autore di “Homo mediaticus. Mass media e società dell’immagine” (Armando editore), cosa ne pensa al riguardo.

Prof. Gentili, lei è un sociologo e conosce bene il mondo dei mass media. Nel suo ultimo libro parla in maniera molto efficace di una nuova figura, tanto interessante quanto stimolante, che è quella dell’«Homo mediaticus». Nel mondo dei mass media, e quindi ormai innegabilmente anche nella normale quotidianità, la supremazia dell’apparenza sembra non avere più limiti. Eppure di primato dell’immagine se ne parla già da tempo. Cosa è cambiato realmente?

Quello a cui si assiste oggi è una profonda mutazione a livello sociologico. Parlando di “Homo videns” il politologo Giovanni Sartori aveva già anticipato il primato del vedere sul pensare, cioè della sensibilità sulla razionalità. Ora però sta nascendo una nuova figura, quella dell’ «Homo mediaticus», che non si limita a proiettare all’esterno la propria interiorità. L’Homo mediaticus dimora in luoghi dove l’immagine si concretizza: pensiamo ai pub, agli impianti turistici o sportivi, agli ipermercati, ai talk show, ai social network. Sono tutti luoghi utili, ma sembra che ci spostiamo da un “non luogo” all’altro, senza soluzione di continuità. Oggi l’immagine acquista una natura sociogenetica, nel senso che ricrea i legami sociali separandoli dalla dimensione reale.

I giovani come vivono questa esperienza?

C’è un ritorno al tribalismo, non solo tra i giovani ma anche tra gli adulti. Tra i giovani però il fenomeno è più marcato. Esistono decine e decine di tribù, ognuna con i suoi riti e i suoi miti, ma sopratutto i suoi brand. Gli ultimi nati sono gli emo e gli scene, in cui l’artificiosità dell’apparire è estesa al massimo. Anche i geek rappresentano una delle tribù di recente formazione. Sono gli ultra-appasionati per il PC. Alcuni poi passano ore e ore davanti al computer o allo smartphone. E’ un fenomeno che, seppur in misura ridotta, è comune a tutta la generazione Y, ovvero i giovani nati tra il 1982 e il 2000, conosciuti anche come “net generation” o “millennials” (generazione del millennio). Sono i nativi digitali, coloro che nutrono il desiderio di essere sempre interconnessi elettronicamente. Comunicano attraverso la tecnologia, trovando conforto nel gioco on line e frequentando abitualmente i social network.

Cosa hanno di strano i social network?

Mass media

Homo mediaticus. Mass media e culto dell’immagine, pubblicato da Armando editore (www.armando.it)

I social network sono degli strumenti di socializzazione molto utili, ma quando una persona ci passa dentro ore e ore rischia di perdere il contatto con la realtà. Poi in questi luoghi virtuali non si sa mai chi si ha di fronte. Il rischio è di interagire con degli Avatar, con delle persone irreali. Nei social network tutti vogliono essere ciò che desiderano essere, proiettando all’estero ciò che non sono. Molto spesso si chatta con persone diverse dalla realtà.

I social network rafforzano anche il narcisismo, non è vero?

Assolutamente sì. Il sociologo Vanni Codeluppi parla addirittura di vetrinizzazione del sociale. Le persone su internet tendono a mettersi in vetrina, analogamente a quanto avviene con le merci nei negozi. La vetrinizzazione si estende dappertutto: il rischio è il rafforzamento dell’ideologia della trasparenza assoluta, l’invasione del privato. Si espone tutto in vetrina, non è più possibile lasciare sentimenti, emozioni o desideri celati nell’ombra. Il corpo-packaging è una delle conseguenze più evidenti di questo mutamento. Il corpo si trasforma in un oggetto di “feticizzazione”, idolatrato per il suo aspetto esteriore piuttosto che per la capacità di svolgere attività.

Anche l’impegno politico sta cambiando, c’è il rischio che nessuno si interessi più della vita associata. Sarà mica la fine della Polis?

E’ naturale che se le persone passano la maggior parte del loro tempo spostandosi da un luogo artificiale ad un altro, ogni impegno reale diventa secondario. L’interesse per la politica nei giovani è sempre più debole mentre tra gli adulti, considerando la minoranza aperta alla politica, rischia di diventare un fenomeno simile al tifo calcistico: si seguono i partiti e i politici come se fossero squadre e giocatori nello stadio. L’agonismo in poltrona sostituisce l’impegno per una causa sociale.

Visto che si parla molto di crisi economica, crede che il culto dell’immagine abbia anche delle ripercussioni sul sistema produttivo?

Certo. La società dell’immagine crea individui passivi, che consumano. Lo spirito imprenditoriale, atto alla creazione di ricchezza, è mortificato. La borghesia imprenditoriale rischia oggi di estinguersi. Lo spirito del capitalismo, come lo chiama Max Weber, rischia di diventare lo spirito del lassismo. Chi consuma troppo non è più in grado di produrre attivamente.

Che soluzioni propone per superare questa empasse?

Occorre ritrovare il senso dello lettura, che oggi perde terreno. Nessuno legge più i libri e questo è un problema. Solo attraverso la lettura si sviluppano quegli anticorpi che permettono di valutare criticamente  i messaggi multimediali, oggi veramente tanti. Occorre promuovere l’uso congiunto e integrato di tutti i mass media, tradizionali e ipermoderni, senza demonizzare gli uni o gli altri, come spesso avviene.

Francesco Gnagni

@FraGnagni

Foto: www.armando.it

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