MasCara: analisi introspettiva di un capolavoro umano

I MasCara

A questo nostro maledettissimo paese manca un fattore essenziale, necessario, vitale: la passione. Una passione intesa, nel suo senso prettamente artistico, come un imprescindibile oggetto del desiderio di sentire proprie le creazioni altrui, di approfondire, di interessarsi e (parolone dei paroloni) vivere ciò che si sceglie di assorbire attraverso vie e modi tanto differenti (musica, cinema, arte figurativa e via discorrendo) eppure sempre così unidirezionali nel loro intento comune. In senso marcatamente audiofonico, ha ben ragione, allora, un certo Cristiano Godano quando sottolinea, a più riprese, che, al giorno d’oggi, un’opera musicale non può e non deve erroneamente essere considerata soltanto un “file”, poiché una simile dicitura (strettamente legata all’effettiva capacità di mero consumo che, di per sé, sviluppa) altro non esprime se non una squallida mancanza di rispetto nei confronti di ciò che dimora dietro al raggiungimento della possibilità di usufruirne in maniera quanto più prossima al divino, concetto inteso, ovviamente, in senso di elevazione personale per mezzo semi-immateriale (dunque assimilabile come percezione non poi così paradossalmente terrena perché unica nelle possibilità concesse allo sviluppo della persona interiore, prima ancora che fisica).

Non a caso, quindi, è proprio considerando ciò che sta dietro e, soprattutto, oltre il concetto stesso di assimilazione uditiva di un’opera discografica che riusciamo (se davvero vogliamo percorrere certe strade che inevitabilmente conducono a luminosi e speranzosamente verdi campi emotivi) a vivere pienamente ciò che i varesini MasCara ci hanno felicemente abituato a percepire da almeno un paio di anni a questa parte. Ricorderete, per l’appunto, il bellissimo ep d’esordio, L’amore e la filosofia del 2010, già costruttore di solidissime fondamenta per un edificio bello nel vero senso della parola. Perché è anche di un’estetica mai così umana che si parla, specie quando a farla da padrona è quella preponderante esigenza di trasporto richiesta da qualcosa e da qualcuno non così facilmente associabile esclusivamente all’ennesimo prodotto sfornato da un settore in perenne crisi di idee.

Ebbene, Lucantonio Fusaro e soci, oggi, finalmente escono con il loro primo “long playing” ufficiale, un raro esempio di come siano proprio certe idee (vuoi compositive, vuoi poeticamente narrative) a smentire le maggiori convinzioni di disfatta nazionale, collocando con pieno diritto e merito il proprio progetto (per chi non l’avesse ancora capito, progettare qualcosa, anche in tempi così odiosi e moralmente affossati, non equivale comunque a commettere un delitto verso certa opinione pubblica) ben al di fuori del limbo melmoso da puro mercato, riuscendo, così, a fare del senso stesso del produrre musica (indipendentemente dal genere di riferimento) un reale mezzo di autoanalisi e relativa (altro bel parolone odierno) crescita personale. Non nel senso egoistico del termine, bensì in qualità di trasmissione di esperienze, opinioni e, soprattutto, sensazioni legate a quel contesto che troppo spesso, ingiustamente ed ingiustificabilmente, dimentichiamo di possedere come bene comune: la vita, tanto nel bene quanto nel male in tutte le rispettive sfaccettature.

Tutti usciamo di casa (Electic Circus, distribuzione Universal) è a tutti gli effetti, allora, un toccantissimo romanzo di formazione in note e versi. Lo testimonia la sua stessa essenza di “concept album” inteso almeno dal punto di vista tematico: il ritrovarsi in un particolarissimo momento della propria vita (presumibilmente l’approcciarsi alla soglia esistenziale dei trent’anni) identificabile come una sorta di non-luogo spirituale in cui regna incontrastata l’esigenza di fermarsi e ripercorrere il proprio personalissimo operato terreno al solo scopo di guardarsi dentro (azione ormai ben rara tra i comuni individui) per tentare di capire cosa si è stati, cosa si è diventati e cosa medita in attesa dietro gli innumerevoli angoli della propria anima. Tutto ciò misto, ovviamente, ad uno smisurato talento in sede di composizione ed arrangiamento, fa dei MasCara, senza alcuna ombra di dubbio, uno dei migliori agglomerati di nazionalità italiana del momento.

Se, dunque, l’apertura di Dorian – Postmodern parte I ben pone le basi di un riferimento compositivo molto saggiamente riallacciato ad una wave di matrice tricolore (non molto lontani sono i primissimi Litfiba ma soprattutto i Diaframma del periodo Sassolini / Fiumani) e di lezione anglosassone, ma altrettanto coscientemente sentenzia, come esprime stesso l’esplicito riferimento letterario del titolo, una sorta di esigenza di stasi riflessiva interiore, per quanto potenzialmente sadica e velleitaria nei confronti della propria stessa persona. Un’intenzione che, però, non tarda a lasciar partire il necessario processo di giudizio interiore avviato dalla delicatissima e splendida melodia di I giorni di Urano contro, nella quale versi tanto semplici quanto imponenti rimembrano sensazioni altrettanto elementari eppure, proprio per questo, “malickianamente” trasformate, dal tempo e dai tempi, in raro ma perfetto e prezioso minerale («Se vendessi il mondo, terrei qualcosa che mi parla di te. Solo vendendo il mondo avrò la chiave ed il segreto del disordine»). La consapevolezza del cambiamento, dell’inizio, cioè, di quell’inevitabile cammino che conduce ad oltrepassare il metaforico uscio di casa (nella fattispecie il passaggio di consegne tra l’adolescenza e l’età adulta), prende il largo nel pieno desiderio di maturità introspettiva («Gloria a tutto ciò che cambia») e accende la fiamma della personale distinzione nella successiva, omonima e movimentata Tutti usciamo di casa, sostanziale analisi della presa di coscienza dell’appartenere ad un contesto gelido e monotono in termini di ambizioni vitali e, proprio per questo, artefice del desiderio di evasione («Sfilano generazioni di pazzi che contano, che cambiano, che cantano, santi e dei che si rincorrono mentre noi, con i piedi, sfioriamo un po’ d’acqua»). Ne consegue il faccia a faccia con ciò che attende oltre la porta di casa, ovvero il bisogno di confronto con la vita adulta (solitaria o in nuovi gruppi di comune accordo esistenziale) sia in termini di acquisizione di esperienze preventive (la conferma della saggezza melodica innestata su base wave di Da uomo a uomo) che in senso di riconoscenza verso lezioni tardivamente apprese e rivelatesi di importanza inequivocabile (la coscienziosa caparbietà di Un figlio lo sa).

Copertina del disco

Memorie dei primi e difficilissimi tentativi di graduale e lacerante approccio al gradino superiore del solitario viaggio nei meandri di un rinnovato percorso individuale emergono, poi, supportate dall’ “umidità” dei sogni che “distorcono il soffitto” de La stanza (uno dei momenti più potenti e decisamente migliori del disco), di pari passo con le primogenite esigenze di rivolta e desiderio di conquista sociale (le incursioni ritmiche mediterranee sprigionate da Di gioia e rivolta, brano solo tematicamente non molto distante dalle ipotesi elargite dalla ben più famosa Gioia e rivoluzione di casa Area). Ma se, come per natura, mettono radici le prime ansie di una crescita della quale ci si concede di sentirsi succubi o quantomeno non all’altezza delle proprie stesse aspettative (la paura di una «vita senza vita» evocata dal reprise Dorian – Postmodern parte II), è lecito anche difendersi innalzando alte fortezze di speranzosa lungimiranza chiedendo di diritto (per dirla alla “Banco”) “tempo al tempo” in modo da poter riflettere e prendere fondamentali decisioni senza voler, però, sentirsi dire, in risposta, “non ne ho” (Le città da costruire e Tempo prendimi per mano, gli episodi più smaccatamente ed ingegnosamente Cure dell’intero lavoro), per lasciare, anzi, che siano, invece, gli attimi concessi da immortali ed intramontabili precursori umani a fungere da considerevole tesoro per un cammino votato inevitabilmente alla fine ma, proprio per questo, disseminante il testimone del proprio aver rappresentato qualcosa per qualcuno capace di raccoglierlo (la commovente poesia di L’ultimo viaggio di Argo).

Una maturità a 360 gradi (incentivata dall’ottima produzione a nome Matteo Cantaluppi e Matteo Sandri, già noti per importanti collaborazioni con personalità del calibro di Canadians, Nesli, Rezophonic), dunque, si destreggia attraverso gomitoli di consapevolezza relativa ad un talento compositivo che stringe degnamente la mano ad una indiscutibile padronanza tecnica del mezzo sonoro. Il calore vocale e l’estrema sensibilità tematica di Lucantonio Fusaro entra di diritto nell’albo delle più trascinanti rivelazioni odierne, mentre, al contempo, l’inevitabile pregio di una sezione ritmica metronomica e raramente così dedita ad un perfetto amalgama stilistico (merito delle pelli di Nicholas Negri e delle quattro corde di Marco Piscitiello) fa da costante supporto allo spiccato estro creativo delle chitarre soliste di Claudio Piperissa. Il tutto, metodicamente e minuziosamente condensato dai contorni atmosferici delle tastiere e delle programmazioni di Simone Scardoni, forse mai così precise, puntuali e vitali in un corpus tanto omogeneo e compatto da riportare alla mente un certo concetto di muro sonoro “spectoriano” in cui anche l’aria contribuisce a fare di una minima parte il tutto (e viceversa).

Ci ricorderemo a lungo di questo disco come a lungo continueremo a trasportare sulle spalle il fardello di un’esistenza non richiesta ma, proprio per questo, degna di essere onorata. E lo ritroveremo proprio come incontriamo quotidianamente noi stessi nel riflesso di uno specchio abbagliante di luce mattutina, non riuscendo fare a meno di soffermarci a notare un cambiamento. Il cambiamento.

Stefano Gallone

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