Martone, Germano e il giovane favoloso Leopardi

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Il nome di Giacomo Leopardi è uno dei nomi più celebri, elogiati e derisi dalla cultura italiana. La sua figura si studia sin dalle primissime pagine di letteratura scolastica e lo si stereotipa: solo, triste, esile, debole fisicamente ed immerso nei libri, con una penna d’oca e mille fogli e pergamene come unici amici. Con il tempo, però, la sua figura è stata rivalutata. Leopardi, infatti, oggi viene considerato un ribelle, uno dei maggiori rappresentanti del Romanticismo letterario italiano, precursore di ideali innovativi e, proprio perché satollo di pessimismo, un satirico. È su questa ‘nuova’ figura di Giacomo Leopardi che si basa il film di Mario Martone, Il giovane favoloso, nelle sale dal 16 ottobre, con Elio Germano nei panni del protagonista.

UNA VITA DIFFICILE

Il film ripercorre le vicende della vita del grande scrittore marchigiano. Tutto parte dalla solitaria Recanati, dove Giacomo cresce con suo fratello e sua sorella, con i quali è molto attaccato. Presenti, contrastanti e dannose, invece, le figure dei genitori: la fredda e austera madre Adelaide, che non lo degna di attenzione, e l’ostinato e conservatore padre Monaldo, che impone ai figli giovanissimi un’opprimente istruzione. Ore e ore di studio coltivano la mente di Giacomo, che riflette e impara lo stile e i messaggi degli antichi, nonché a tradurre. Il suo pensiero, però, ha altre inclinazioni. Vuole intervenire nella filosofia, ha rapporti epistolari con gli intellettuali del suo tempo, tra i quali Pietro Giordani (Valerio Rinasco) di cui diverrà amico, e ama, in silenzio, una fanciulla. Il destino però non vuole che Leopardi si allontani dal paese. Più volte tenta di scappare,a il padre lo frena sempre; e la salute inizia a dargli dei seri tormenti (primo fra tutti una malformazione ossea, che si rivelerà essere un principio di gobba). Passano gli anni e Giacomo è a Firenze in compagnia di Antonio Ranieri (Michele Riondino) che lo accudisce come un fratello. Con lui vivrà le gioie, i dolori, le gelosie, le delusioni, i piaceri e le visioni di città (dopo Firenze andranno a Napoli) e personalità: tutte cose che amplieranno sempre più la visione filosofica di Leopardi.

MARTONE E UN FILM SUI PENSIERI

Presentato al Festival del Cinema di Venezia 2014, il film si presta ad una lunga serie di interpretazioni, critiche ed elogi. Martone, che firma anche la sceneggiatura, dirige un biopic molto particolare. Gestire un film sulla vita di Leopardi era un’impresa ardua a monte, ma gestire un film che parlasse anche della sua filosofia lo ha reso ancora più difficoltoso. Eppure Martone riesce a realizzare un film capace, degno, che calza a puntino nell’opera di Leopardi. Il suo intento non è solo omaggiare il poeta, ma spiegare il suo mondo interiore. La particolarità la troviamo già nel cartellone, volontariamente messo al contrario: un metodo diverso, per spiegare qualcuno che la pensava diversamente in quegli anni. Un film, forse, un po’ lungo (137 minuti), ma ben gestito. Non è una pellicola astratta. Il film è concreto, esprime bene i concetti senza usare troppi giri di parole.

Elio Germano Il giovane favoloso

Elio Germano

FOTOGRAFIA, COLORI E MONTAGGIO

La fotografia è la regina della parte di Recanati: più di una ripresa ricorda i quadri di Magritte, con Giacomo e il suo nero, mentre dall’altra parte il chiarore del giorno. Un simbolismo potente, sul quale si potrebbero fare centinaia di pagine d’interpretazione. I colori, invece, partecipano all’interiorità momentanea dello scrittore. Firenze è verde, come il suo umore; Napoli alterna il grigio, come le malattie, a un carico variopinto di sfumature, come la giovialità e la leggerezza. Un plauso merita il montaggio dell’interpretazione de La ginestra: una visione ad occhi aperti, una riflessione filosofica cullata da immagini ben unite fra loro.

Mario Martone Elio Germano

Elio Germano e Mario Martone

ELIO GERMANO

L’interpretazione di Elio Germano merita un commento a parte. La sua capacità interpretativa e la sua bravura riescono a dare voce ad uno dei personaggi più tormentati, ambigui, riflessivi e espressivi della Letteratura. L’attore si dimostra molto capace e riesce a trattenere davanti allo schermo anche il critico più severo. Ci mostra un Leopardi tormentato, ma anche capace di urlare, di essere irriverente, nonché amante della vita. La sua bravura sta nel giostrare l’interpretazione a seconda dell’evoluzione del personaggio. Si parte dai lunghi silenzi solitari a Recanati, dove lo scrittore riflette ciò che poi trascriverà: Germano, come un bambino curioso e voglioso di scappare, usa gli occhi come una voce sospirata. Il personaggio, poi, inizia a pensare/scrivere/declamare le rime e i pensieri che lo hanno reso illustre: commovente l’ispirazione e la recitazione della celebre lirica InfinitoIl tocco personale, però, più prestigioso che la Palma d’Oro 2010 ha donato al suo personaggio è nel gestire il dolore fisico. Il pubblico partecipa al dolore di Giacomo attivamente, oltre che al dolore agli occhi, in particolar modo ai disagi e ai fastidi della sua schiena. La gobba, le sofferenze dello scrittore vengono viste dallo spettatore come un tormento, che probabilmente fu. Il personaggio parte ingobbito e termina  praticamente curvo. Da citare, infatti, più di tante, la scena che Giacomo, a Napoli, deve sedersi per scrivere. Il suo è un movimento lento, accompagnato e delicato, compiuto da chi non vuole soffrire ulteriormente.

Il giovane favoloso è un film che sta avendo, oltre che un buon successo di critica, anche un buon successo di pubblico. Una pellicola che prende il plauso anche di chi non ama il genere. Un’opera che dimostra concretamente, come fece Leopardi, che chi usa uno stile diverso, o un messaggio diverso, non è automaticamente un folle.

Francesco Fario

Fotonoteverticali.it, ciakmagazine.eu

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