Man of Steel, quando il supereroe cerca se stesso – Recensione

Locandina di Man Of Steel

Se per anni avete pensato che il significato di quella grande “S” rossa che compare sul petto di quel famoso supereroe con la tuta blu e il mantello rosso fosse la semplice iniziale del suo nome, avete davvero preso un grosso abbaglio. Zack Snyder, regista dell’attesissimo Man of steel - L’uomo d’acciaio, in uscita oggi nelle sale italiane, è pronto a dimostrarvi che quella “S” non è nemmeno una lettera, ma un simbolo che significa “speranza”. Al di là della curiosa coincidenza dovuta alla traduzione italiana del termine “hope”, la “S” (che quindi una S non è), è il simbolo della casa degli El, la potente famiglia del pianeta Krypton da cui discende Clark Kent, il personaggio ideato dai fumettisti Jerry Siegel e Joe Shuster e interpretato per la prima volta al cinema da Christopher Reeve nel 1978.

Superman è forse uno dei supereroi più noti al mondo e probabilmente uno dei personaggi più utilizzati nella storia del cinema e della televisione: a lui sono stati dedicati ben cinque lungometraggi (tra cui il deludente Superman Returns del 2006, nato come ideale seguito di Superman II) e tre serie TV: la prima, Adventures of Superman, con George Reeves nel ruolo di Clark, e la famosissima Smallville con il bel Tom Welling, la prima a raccontare l’adolescenza del futuro grande supereroe. Ovviamente ben lontano dalle atmosfere liceali di Smallville, L’uomo d’acciaio è un tentativo di presentare il supereroe dal mantello rosso sotto un punto di vista nuovo, spesso poco considerato: non tutti infatti ricordano che Clark Kent è a tutti gli effetti un alieno dalle fattezze umane, dotato di super poteri che lo rendono inevitabilmente un essere superiore rispetto ai normali terrestri. Come potrebbe, quindi, un giovane ragazzo, che un giorno si ritrova con dei poteri fuori dal normale, riuscire ad accettare se stesso e comprendere il senso della propria diversità? Questa è la domanda da cui parte la pellicola, ideata e prodotta da Cristopher Nolan (Il cavaliere oscuro, Inception) e scritta dal suo fidato sceneggiatore David S. Goyer.

Henry Cavill (Clark Kent - Kal-El) in una scena del film

Lavoro quindi coerente all’immaginario del suo produttore, Man of steel – L’uomo d’acciaio parte dalle origini della storia di Superman, dal momento in cui il suo pianeta natio, Krypton, è prossimo al collasso. La popolazione del pianeta sta per essere spazzata via da un’enorme implosione, così il consigliere e scienziato Jor-El (Russel Crowe), di comune accordo con la moglie Lara (Ayelet Zurer) decide di spedire il figlio Kal-El (Henry Cavill) su un pianeta alieno, la Terra. Il bambino è un essere speciale, perché l’unico a non essere stato generato artificialmente secondo il programma di controllo delle nascite di Krypton, che permetteva al pianeta di prosperare e gestire nel miglior modo possibile ogni attività. Sopravvissuto all’esplosione, il piccolo giunge sulla Terra, dove viene accudito dai coniugi Martha (Diane Lane) e Jonathan Kent (Kevin Costner), che lo ribattezzano con il nome di Clark. Ben presto, però, il giovane dimostra di non essere un ragazzo qualunque, perché dotato di incredibili poteri. Un giorno, il padre adottivo gli rivela la sua vera identità: Clark, turbato, si vede così costretto a intraprendere un viaggio alla ricerca di se stesso e del suo passato, che terminerà solo con il ritrovamento di una nave kryptoniana all’interno di un ghiacciaio, dove conosce per caso la giornalista Lois Lane (Amy Adams), inviata per documentare lo strano ritrovamento. Salito a bordo dell’astronave, l’ologramma del padre Jor-El gli illustra il motivo della sua presenza sulla Terra: egli è in possesso di un importante codice genetico, per questo il comandante Zod (Michael Shannon), salvatosi dall’implosione di Krypton, sta per raggiungere la Terra al fine di recuperarlo e far rinascere così il pianeta natio a scapito dei terrestri. Sarà allora che il giovane Clark dovrà decidere di non vivere più nell’ombra e scegliere da che parte stare.

Henry Cavill in una scena del film

Zack Snyder è ormai un veterano delle trasposizioni cinematografiche di fumetti: il suo curriculum vanta due memorabili lavori dal calibro di 300 e Watchmen. Produttore e regista non possono perciò definirsi affatto inesperti in materia, ma la sensazione che si ha nel momento della fruizione di Man of steel - L’uomo d’acciaio è che il connubio di queste due menti, che hanno dimostrato di essere ognuna attenta a diversi aspetti dell’identità di personaggi con superpoteri, non sia riuscito perfettamente. Gli apporti dei due registi si percepiscono infatti in maniera netta e distinta, le due rispettive visioni sono perfettamente riconoscibili, e si declinano in un prodotto completamente disarmonico. Da una parte c’è l’amore per l’iper-tecnologia e la ricerca interiore di Christopher Nolan, indubbi retaggi del Cavaliere Oscuro (che vantava, a differenza di altri film sui supereroi, dei villains davvero epici), dall’altra i dubbi etici e gli interrogativi esistenziali di Zack Snyder, a loro volta già presenti in quell’ottima pellicola che fu Watchmen. Il paragone tra Superman e il Dottor Manhattan (uno dei protagonisti di Watchmen, ndr) è piuttosto immediato, ma se in Watchmen il supereroe decideva di abbandonare la Terra, e con essa gli umani, al suo triste destino, qui Superman (il cui nome, per altro, viene citato una sola volta all’interno del film) decide, coerentemente ai suoi principi morali, di aiutare i terrestri.

Clark Kent – Kal-El si fa così un vero e proprio Dio sceso in terra, una sorta di “Cristo Supereroe”. Clark è paragonato al Cristo-Salvatore, è un Dio in mezzo agli uomini, e l’esagerazione non è casuale: nel film, Clark afferma di avere 33 anni e, come se il paragone fosse poco chiaro, un’inquadratura ce lo mostra in primo piano mentre alle sue spalle è ben visibile una vetrata che raffigura il Cristo mentre è intento a pregare. Entrambi sono dotati, a loro modo, di superpoteri, ed entrambi hanno le proprie rispettive debolezze: nell’orto del Getsemani, la notte prima di essere crocifisso, Gesù invocò il Padre nella speranza di sfuggire alla tremenda sofferenza che lo avrebbe aspettato l’indomani. Una debolezza, quella di Cristo, ravvisabile anche nel Clark Kent di Snyder e Nolan, indeciso se abbracciare le grandi responsabilità che il suo potere comporta, o continuare a vivere nell’ombra. L’idea è di indubbia provenienza snyderiana, così come la brillante intuizione basata sul fatto che il punto di debolezza del supereroe, stavolta, non sia la kryptonite, ma la morale. Sono i nostri principi etici a renderci deboli, afferma Snyder, sono i nostri scrupoli morali a impedirci di compiere scelte importanti e decisive: in Watchmen, il genio Ozmandyas si vedeva costretto a distruggere intere città per evitare una guerra nucleare, perché, a detta sua, «alcuni sacrifici sono necessari».

Jor-El (Russel Crowe) e Faora-Ul (Antje Traue) con il piccolo Clark

Tutto bene quindi sin qui, se non fosse, e duole dirlo, per la presenza scomoda di Nolan. Man of steel rappresenta alla perfezione il caso in cui le volontà del produttore prevalgono su quelle del regista. Il film è infatti la risultante di due atteggiamenti e approcci narrativi diversi: da una parte l’interesse per l’introspezione, la ricerca del “come il supereroe è diventato supereroe” di Nolan, dall’altra l’attenzione all’etica di Snyder. E l’elemento che più risente di questo dualismo è proprio la sceneggiatura, peraltro piuttosto scarna, se non fosse per i vari flashback che raccontano l’infanzia di Clark e il suo rapporto con i genitori adottivi. Molte cose accadono nel film senza un motivo apparente e in maniera sbrigativa: l’ologramma di Jor-El, praticamente un costante deus ex machina, spiega a Clark il motivo della sua nascita; il rapporto tra Lois e Clark si sviluppa in maniera sbrigativa e poco approfondita; il protagonista si ritrova per puro caso nel ghiacciaio che contiene la nave kryptoniana. Alla confusione generale si aggiunge poi l’arrivo del villain, ed ecco che il film si trasforma in un tripudio di esplosioni e scazzottate, che oltre a glorificare la fisicità prorompente di Henry Cavill, finiscono addirittura per annoiare.

Sembra destinato a un destino crudele questo personaggio della DC Comics, che dopo anni non riesce ancora trovare una degna rielaborazione del film di successo di Richard Donner. La causa della debolezza di Superman, forse, non risiede nella kryptonite, né nel suo alto senso morale, ma nella sua stessa identità: egli è un supereroe senza troppi lati oscuri, eccessivamente perfetto e anche un po’ goffo nei panni del suo alter-ego umano. Un supereroe da ammirare, ma a cui è difficile affezionarsi, perché in un essere così perfetto noi, forse, possiamo riconoscerci ben poco.

(Foto: Warner Bros. Pictures Italia)

David Di Benedetti

@davidibenedetti

[youtube]http://youtu.be/DDxbgBYCc4k[/youtube]

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Una risposta a Man of Steel, quando il supereroe cerca se stesso – Recensione

  1. avatar
    fabrizio 21/06/2013 a 01:51

    Superman e Cristo, due momenti ben distinti la crocifissione e il fotogramma con il mantello rosso porpora simbolo della s di superman, film ascetico, dove il Il Dio diventa Uomo e l’Uomo diventa Fede.
    La speranza una ricerca personale fatta di dubiti e incertezze, Film centrato quasi a capire e spiegare la vera essenza di un supereroe Divino, ma sempre Umano, si può guardare, toccare, ammirare, e forse anche capire.

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