L’Unità ha chiuso: quanto rumore per nulla

L'Unità

È addirittura nato l’hashtag #iostoconlunita, utilizzato da chi pensa che il noto quotidiano L’Unità non deve chiudere. Lo ha usato perfino l’ex segretario del Partito Democratico Pier Luigi Bersani. Chi vi scrive, pensava che dopo la caduta del muro di Berlino il concetto di libero mercato fosse finalmente sostenuto da tutti, indipendentemente dal colore politico. Questa vicenda, però, testimonia che non è così.

È IL MERCATO, BELLEZZA - La questione è molto semplice: per quale motivo un giornale che non vende abbastanza copie per sopravvivere, deve continuare la propria attività? Se un’azienda di camicie non vende abbastanza camicie e non riesce neanche ad andare in pari con i costi, l’azienda chiude. Ovviamente può dispiacere per i dipendenti, ma non si è davanti a un’ingiustizia, un reato o una cosa del genere. E lo stesso vale per i giornali. Dov’è, quindi, lo scandalo? È normale, è il mercato. Quali sono le alternative? L’intervento dello Stato? Chi lo pensa, dovrebbe spiegare perché gli italiani che pagano le tasse – compresi quelli che non comprano L’Unità – dovrebbero dare i proprio soldi a un giornale. L’unica strada percorribile è che un privato decida di acquistare il quotidiano. In questo caso, però, sia i giornalisti che i lettori de L’Unità dovrebbero fare meno gli schizzinosi con Daniela Santanché e Paola Ferrari.

SOLDI PUBBLICI COME SE PIOVESSERO - Certi elettori – e in questo caso anche lettori – di sinistra fanno finta di scordarsi che L’Unità è un giornale che di fondi pubblici ne ha già presi parecchi. Nel 2008 prese la bellezza di 6.377.209 euro di finanziamento pubblico all’editoria. Ovviamente non fu il solo. Il Campaniele Nuovo prese più di un milione, Europa più di tre milioni e mezzo, Liberazione giornale comunista quasi quattro milioni, Notizie verdi più di due milioni e mezzo, La Padania più di quattro milioni, Secolo d’Italia quasi tre milioni. Più recentemente, nel 2012, L’Unità ha incassato 3.615.894 euro provenienti dai contribuenti, ai quali, è giusto ricordarlo, nessuno ha chiesto niente. Anche in questo caso era in bella compagnia. Avvenire si è preso più di quattro milioni, Il Cittadino (che ovviamente tutti conoscono, no?) più di un milione mezzo, Conquiste del lavoro (vale lo stesso discorso) più di due milioni, La Discussione quasi due milioni, Europa 1.183.113 euro, Il Foglio più di un milione e mezzo, Il Manifesto quotidiano comunista quasi tre milioni, La Padania più di due milioni. Forse starete pensando: però dal 2008 al 2012 non ne ha presi altri. Invece no. Nel 2009 ha preso 6.377.209 euro, nel 2010 ben 5.267.860, nel 2011 “solamente” 3.709.854.

L'Unità

UN TRACOLLO CLAMOROSO - Forse, invece di disperarsi adesso, coloro che hanno a cuore il destino de L’Unità dovevano chiedersi come mai il giornale è passato da una tiratura media di 72.904 nel 2001 a 23.544 nel 2013. Se è vero che nel 2001 Berlusconi era all’apice del suo successo politico, e quindi i giornali di opposizione ne erano avvantaggiati, è altrettanto vero che si veniva da cinque anni di governo di centrosinistra. Quindi L’Unità, come tutti i giornali filogovernativi, doveva risentirne in negativo. Mentre nel 2013, anno di elezioni politiche, si veniva da un anno e mezzo di Governo Monti e da cinque anni di Governo di centrodestra e all’insegna dell’austerità. Quindi, in teoria, per L’Unità sarebbe dovuta andare benissimo. Invece era l’inizio della fine.

PAROLE A VAMBERA - Forse la cosa più sorprendente è quanto si legge sui social network a proposito de L’Unità. «Quando un quotidiano sospende le pubblicazioni è una sconfitta per la democrazia». Balla. Quando viene instaurato il MinCulPop, quando un giornale viene chiuso dallo Stato o quando viene applicata la censura si assiste a una sconfitta della democrazia. Non quando un giornale non attira più lettori. Casomai è una sconfitta per la democrazia il fatto che un quotidiano riceva soldi pubblici. È una sconfitta della democrazia anche il fatto che un giornale non svolga la sua funzione di cane da guardia del potere ma critichi solamente i politici di un colore mentre non dica niente sugli altri. Un giornale che si definisce “di sinistra”, così come quelli che si dichiarano “di destra”, ha fallito in partenza. Perché un giornalista che si rispetti non deve risparmiare nessuno, neanche coloro che in cabina elettorale potrebbe votare. Se non si fa così, non ci si deve poi lamentare se i lettori comprano altri giornali.

P.S. Presidente Renzi, cosa aspetta per abolire il finanziamento pubblico all’editoria?

Giacomo Cangi

@GiacomoCangi

foto: assostampa.org; orologiko.it

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