Luca De March ed i personaggi Disney in stile pop. L’intervista

Allora è per questo che ti chiamano azzurro

Allora è per questo che ti chiamano azzurro

È una pittura diretta, colorata, divertente ed ironica quella che Luca De March, artista torinese, classe 1979, trasforma in quadri e tele dal gusto irresistibile. Nei sui dipinti si ravvisa un inevitabile stile pop in cui, al centro della narrazione stilistica ordinata e dai toni accesi e sgargianti, l’artista pone personaggi dei cartoni della Disney, noti ed amati da tutti, donando così un tono ilare e nostalgico a tutto il creato. A WakeUpNews Luca De March racconta il suo modo di intendere l’arte, la sua indagine sul mondo circostante e ciò che si cela dietro le sue opere.

Luca, qual è il tuo concetto di arte? 

«Innanzitutto l’arte è un semplice mezzo di comunicazione, al pari della tv, della radio, della voce parlata. Non è, come molti vogliono farci credere, un qualcosa di elitario, riservato solo a pochi eletti. L’arte è un messaggio che ha il dovere di arrivare a tutti (dai bambini in su) e possibilmente deve essere un messaggio universale, qualcosa che sia leggibile a tutti, anche oltrepassando le barriere linguistiche (un po’ come la musica, che è un linguaggio universale). Poi, ovviamente, un’opera d’arte può essere letta a più livelli, a seconda dello sviluppo intellettuale e delle diverse interpretazioni dei singoli individui».

Have you got a light

Have you got a light

Come nascono i tuoi quadri?

«I miei quadri nascono quindi da questa irrefrenabile voglia di comunicare che da sempre mi contraddistingue. In passato ho lavorato molti anni come speaker radiofonico, ma con la pittura ho trovato, almeno per il momento, la possibilità di racchiudere in un unico pezzo un messaggio, una storia da raccontare».

I tuoi lavori si contraddistinguono soprattutto per l’originalità dei personaggi utilizzati, spesso provenienti dal repertorio animato della Disney.

«Per raccontare le mie storie utilizzo sempre immagini o icone che fanno parte del patrimonio collettivo di ciascuno di noi. Da una parte per esorcizzare la perfezione che c’è nel mondo delle fiabe, dall’altra per far capire alla gente che i piccoli problemi quotidiani sono comuni a tutti, che esiste una solidarietà anche fra le persone cosiddette “normali”, come siamo noi. Da questo nascono i miei soggetti, dall’osservazione del momento che stiamo vivendo. Oltre ai soggetti anche i titoli dei miei quadri sono molto importanti, sono sempre parte integrante dell’opera. La completano. Aggiungono accenti, colori, danno voce. Come il testo con la musica».

Stavolta non posso fallire

Stavolta non posso fallire

La tua pittura quale obiettivo si pone nei confronti degli spettatori?

«Io non ho intenzione di trasmettere messaggi particolari. Quello che voglio fare è semplicemente dare  una fotografia della società odierna, magari strizzando l’occhio alle sue contraddizioni, ma senza dare giudizi particolari. Lascio piuttosto che sia il fruitore dell’opera a riflettere e darsi le proprie spiegazioni. Infatti nelle mie opere mi guardo bene dal parlar di politica, di religione, di tutti quegli argomenti che possano in qualche modo dividere gli interlocutori. L’arte deve unire, l’autore non deve dare giudizi in questo caso ma semplicemente provare dirti quello che stiamo vivendo. Il resto lo fa che riceve il messaggio».

Depression time

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Alessia Telesca

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