Lost in translation? Non se ti chiami Giacomo Leopardi

La sede del New York Times

Mentre nelle nostrane classifiche dei libri più venduti, assunte da lettori sprovveduti a valido metro di giudizio qualitativo, svettano autori come Fabio Volo e Giorgio Faletti e tra i primi 20 fan bella mostra di sé gli altrettanto nazional-popolari Menù di Benedetta (Parodi, ndr) e Dimagrire senza dieta, la top 100 più autorevole dell’universo critico-giornalistico-letterario, quella del «New York Times», propone sì in vetta un americano doc, Don DeLillo (The Angel Esmeralda. Nine Stories. Scribner, $24; in Italia non ancora tradotto), ma con sorpresa colloca in sesta posizione un vero outsider. In tutti i sensi.

Si tratta prima di tutto di un poeta, non di un romanziere; di nazionalità italiana, e il mercato statunitense, si sa, è ancora molto autarchico; non è neppure un contemporaneo: 1798 e 1837 le sue date di nascita e morte. Come se non bastasse neppure in vita pare essere stato – prestando fede alla biografia – un personaggio particolarmente ‘integrato’ o cool. Si tratta di Giacomo Leopardi.

A ben vedere e valutare, la menzione tra i 100 Notable Books of 2011 dei Canti di Leopardi si deve soprattutto alla traduzione che ne ha fatto, per l’editore Farrar, Straus & Giroux, Jonathan Galassi (traduttore anche dei versi di Eugenio Montale), ma ciò non sminuisce la ‘straordinarietà’ di questo riconoscimento ad un letterato italiano che, forse per l’obbligo di studiarne le opere dai banchi di scuola, resta indigesto e poco amato per la maggior parte del ‘suo’ pubblico più naturale, quello che per comunanza linguistica meglio potrebbe apprezzarne e gustarne la poesia in versione originale. La classifica del «New York Times» non lascia dubbi sull’importanza che questa nuova traduzione dei Canti leopardiani riveste nel panorama culturale statunitense e più in generale anglofono; parafrasando infatti il critico Peter Campion, autore di una recensione apparsa sulla «Sunday Book Review» nel dicembre 2010, la presenza del volume tra i best 100 si spiega col fatto che «with this English translation, Leopardi may at last become as important to American literature as Rilke or Baudelaire». Scriveva infatti poco meno di un anno fa Campion: «The publication, at last, of a definitive English version of the “Canti” should constitute an event in itself. But this book does something even greater. For several generations now, Italian poetry has existed for readers and writers of English more as a rumor than an inspiration. […] few contemporary American poets, for example, […] have taken the full measure of Leopardi. Now, he may become as important to our own literature as, say, Baudelaire or Rilke, poets of comparable genius, whose work has long been available in fine translations».

Da bravo critico e recensore Campion si soffermava sulle scelte di traduzione, risultato di precise considerazioni lessicali e stilistiche, che costituiscono l’eterno dilemma e problema chiave quando ci si trovi a dover trasformare un testo per renderlo accessibile in una lingua differente da quella in cui è stato scritto. Galassi pare essersela cavata egregiamente, nel restituire il leopardiano «delicate movement of thought and feeling», attraverso il ricorso a forme e lemmi che evocano l’origine cronologica dei Canti, il XIX secolo, ma «senza mai avere il sentore di un museo delle cere»*. Vengono meno purtroppo in certi punti il sovrapporsi di significato e significante, uno dei valori aggiunti della poesia più difficili da conservare quando si traduce, ma nel complesso il lavoro di Galassi finisce coll’offrire ai lettori anglo-americani «real poems in English, poems with sinew and pulse» e che si tratti di un ottimo prodotto per il pubblico statunitense è indubbio se Campion così concludeva il suo intervento: «The next great American poet may be a high school girl in Wyoming lucky enough to come across Jonathan Galassi’s translation in her own school library».

Luigi Meneghello (blog.messainlatino.it)

Bhe, non sarebbe un onore vedere il futuro della poesia americana, che ha avuto protagonisti come Allen Ginsberg e Edgard Lee Master, affidato negli States alla lettura e ricezione dei versi di un italiano? Anche senza ambire a tanto, restando in tema di traduzioni in lingua inglese, è doveroso segnalare che piuttosto di recente sono apparse almeno altre due interessanti e singolari versioni anglofone di autori nazionali, particolari soprattutto per il fatto di aver offerto una sfida non indifferente ai curatori. Si tratta delle traduzioni dei Sonetti in romanesco di Giuseppe Gioachino Belli e di Libera nos a Malo di Luigi Meneghello, anche questo in dialetto, ma vicentino. Se già risulta difficile rendere le sfumature di un idioma dovendolo tradurre in un altro, cimentarsi nell’impresa partendo dal dialetto ha davvero il sapore di una mission impossible, eppure pare che in entrambi i volumi si sia saputo fornire soluzioni capaci di soddisfare plurime necessità.

Almeno per Leopardi, Belli e Meneghello il rischio di ‘perdersi’ linguisticamente nel passaggio tra l’Italia e gli Stati Uniti, come succedeva tra gli States e il Giappone ai protagonisti del bel film di Sofia Coppola del 2003, per il momento è scongiurato.

Laura Dabbene

Foto preview blog.panorama.it

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