Lo scaffale dimenticato

Uno studio, delizia per gli specialisti, che affronta il tema del riuso di materiali antichi in età medievale

di Laura Dabbene

Frammento di fregio scolpito antico

Quale significato materiale e ideologico rintracciare nel recupero e nel riutilizzo di elementi di origine antica nell’arte e nell’architettura del Medioevo? Un interessante saggio di Cristina Maritano, nato da una tesi di perfezionamento universitario presso la Scuola Normale Superiore di Pisa discussa nel 2002, svela aspetti ignoti e inaspettati di questo interessante fenomeno in area piemontese.

Non si tratta certo di un libro divulgativo o rivolto ad un vasto pubblico, ma il tema sviscerato è di notevole interesse e vale la pena cercare di comprenderne gli elementi di base ed il contesto in cui nasce anche da parte di chi non è uno specialista di settore.

Da ormai oltre 25 anni la storiografia artistica ha iniziato a superare pregiudizi, ancora diffusi soprattutto a livello “popolare”, che consideravano quelli medievali come secoli bui, dominati da un’architettura  “goffissima […] di ornamenti e di proporzione molto differenti dagli antichi”. La citazione è dal testo cinquecentesco di Giorgio Vasari, Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architetti, considerato il padre-fondatore della ricerca storico-artistica e a lungo, più di quanto si creda, seguito nei principi interpretativi e metodologici.

Giorgio Vasari

Il progressivo abbandono di questa prospettiva critica mortificante nei confronti del Medioevo è avvenuto a favore di un’impostazione che riconosce continuità tra arte antica e medievale, sia per il perdurare dei modelli della tradizione classica che per il concreto riutilizzo nei nuovi edifici di spolia, elementi cioè di origine e fattura antica. Il saggio di Cristina Maritano si inserisce in questo filone di studi colmando un vuoto bibliografico: se infatti ampi lavori sull’argomento esistono per la zona pisana, modenese-parmense, genovese e romana, per molte aree mancano sia un censimento puramente quantitativo che un’indagine specifica. Così era, finora, per le attuali regioni Valle d’Aosta e Piemonte.

La studiosa sfrutta molteplici fonti, dai registri delle visite pastorali dei vescovi nelle diverse parrocchie della diocesi alle descrizioni degli eruditi del XVI secolo, preziosamente corredate da disegni di edifici poi rimaneggiati, senza trascurare testi solo apparentemente secondari per la ricostruzione del contesto, come le descrizioni delle tradizioni liturgiche locali. Da questi testi scritti è possibile ricostruire l’immagine di edifici poi scomparsi o modificati al punto da “cancellare” quelle tracce di continuità tra antico e moderno.

Analizzando i centri urbani sedi di importati seggi vescovili, da Aosta a Novara, da Ivrea a Tortona, si delinea un quadro completo di ciò che, dell’epoca romana, è stato riutilizzato nel Medioevo. Molti i casi dove i pezzi antichi sono recuperati non per mancanza di materiale edilizio o incapacità tecnica degli artefici, ma quali elementi di una consapevole riflessione sul passato, da attribuire, accanto alle maestranze che lo misero in atto, a committenze guidate da precise ideologie. È questo livello interpretativo ad essere più penalizzato nell’ambito valdostano-piemontese, dove si incontrano fenomeni che ostacolano la ricerca: perdita di documentazione d’archivio, scomparsa di edifici, interventi urbanistici lesivi degli assetti originari, tra cui spicca il caso torinese.

Abbazia di San Genuario a Lucedio

Il saggio offre una vasta casistica, spesso inedita, e suggerisce originali chiavi di lettura, come quella delle colonne miliari antistanti l’abbazia di San Genuario di Lucedio, forse reimpiegate per la loro connessione con la strada romana che attraversava le terre su cui il monastero esercitava la giurisdizione. Ricca di spunti l’analisi della chiesa duecentesca di San Pietro in Cherasco, dove il riuso di spolia antichi e medievali è articolato e non riducibile a puro intento decorativo. Auspicabile l’approfondimento sulle iconografie dei rilievi di XII secolo, come i cavalieri torneanti, e una più chiara definizione dei legami con l’omonima chiesa di San Pietro di Manzano da cui provengono i frammenti romanici, l’individuazione della committenza più probabile. Forse i signori di Manzano, già residenti sulla collina di fronte a cui sorge nel 1243 la nuova villa di Cherasco, di cui San Pietro diventa chiesa preposta al quartiere ove si insedia proprio la popolazione di Manzano?

FOTO/ via www.daltramontoallalba.it; www.easypedia.gr

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