Lo scaffale dimenticato

Roberto Palazzi, “Scritti di bibliografia, editoria e altre futilità”, a cura di Massimo Gatta e Mauro Chiabrando, Introduzione di Corrado Bologna, con scritti di Piero Piani, Mario Perniola, Pietro Spirito, biblohaus, 2008

di Laura Dabbene

La copertina del volume di Roberto Palazzi

A scapito nelle norme giornalistiche che prediligono un’impostazione della scrittura impersonale, usando il meno possibile il pronome ‘io’ e il verbo declinato alla prima persona, questa recensione non potrà, vostro malgrado, che essere organizzata in questo modo.

Il nome di Roberto Palazzi è entrato infatti nella mia esistenza in concomitanza con l’accesso nel mondo del lavoro ‘vero’, dopo l’abbandono dell’illusione di uno sbocco accademico per il Dottorato, durante il primo colloquio con il proprietario della libreria dove poi sono rimasta per quasi tre anni. È serpeggiato in altri contesti, sempre tra mucchi di libri, come quella volta in mezzo ai rivendugnoli di Porta Portese, mentre acquistavo Scultura Altomedievale in Friuli a cura di Decio Gioseffi. La dedica in epigrafe della mughiniana Collezione, complice quanto raccontato nel testo sul personaggio, è stata la goccia che fece traboccare il vaso di Pandora della curiosità, inducendomi al rapace accaparramento di questa raccolta di scritti, con somma riconoscenza per quel cliente, che, ordinandolo per sé in libreria, me ne svelò la recente (ri)pubblicazione.

Per chi, come la sottoscritta, è sempre stata ammaliata più dal carisma intellettuale che da qualsivoglia tipologia di prestanza fisica, a nulla sono valse le “spie” sparse qua e là nel libro, che descrivono quest’uomo non certo atletico nè conforme ad un ideale di bellezza contemporanea: me ne ha fatto “innamorare”, a prima lettura, l’irriverente Decalogo del bouquiner, per un cavaliere fiorentino (1978). Il testo gettò all’epoca un certo scompiglio nel settore dell’antiquariato librario romano, per il modo in cui esso ironicamente e impietosamente lo fotografava: in questo ambito commerciale Roberto Palazzi lavorò per tutta la vita, con una passione totale, autentica e così travolgente, da mettere sempre in secondo piano l’aspetto del vil denaro e lasciare spazio solo alle Futilità. Proprio con questo titolo battezzò la sua rivista, dalla bizzarra scadenza pentamestrale.

Futili, a molti anche inutili, possono sembrare le ore che Palazzi spese tra le schede manoscritte dei cataloghi cartacei delle biblioteche per le sue ricerche su Gli illustratori di Poe (1986) o per stilare un catalogo del L’editoria in Italia dall’8 settembre 1944 al 25 aprile 1945 (1978), nell’intento di scoprire se vi fosse, tra i titoli chiusi in tipografia di quella fase così delicata della nostra Storia nazionale, “una differenza di scelte, di politica editoriale, delle case editrici durante gli eventi bellici rispetto a epoche pacifiche”. La conclusione, “ma non pare che ne siano”, quasi parrebbe dar ragione a tale idea di inutilità, ma non ha alcun sapore di sconfitta per chi è stato, da ricercatore in erba, educato alla consapevolezza che si scopre qualcosa anche nell’assenza di qualcosa.

Un ex libris con la civetta

Forse è stato il tempo trascorso nelle biblioteche, spesso al lavoro su libri antichi, a stampa o manoscritti, ad aver affinato la sensibilità verso molte tematiche inerenti il libro e indurmi a trovare di estremo interesse campi d’indagine spesso ristretti, come quelli che si evincono dagli scritti di Palazzi.

Ne è un esempio il saggio Alcuni gufi e civette (1978, 1979, 1992), excursus sulla presenza di questi volatili negli ex-libris. Alla luce della comparsa degli stessi rapaci notturni in molti manoscritti miniati in area toscana ed emiliana nel XII secolo, forse da interpretarsi come firma di maestri o botteghe di professionisti dell’ars illuminandi (come il Maestro delle civette, individuato dalla Prof.ssa Giusi Zanichelli dell’Università di Salerno), ci si è interrogati sulla consapevolezza degli artisti medievali riguardo il legame simbolico della civetta con Atena, dea greca della saggezza e della sapienza, nata dalla testa di Zeus, protettrice delle arti e delle lettere. Tale coscienza esisteva per i proprietari degli ex libris censiti dal bibliofilo, e sarebbe stato stimolante poter discutere con lui di questo argomento.

Così chi crede ancora, come lui credeva, nella forza che la carta possiede “di accogliere, conservare e trasmettere il racconto della vita” si butterà a testa bassa nella lettura di Bibliofobia (1988; 1997), per rammaricarsi delle perdite che ha causato, ma anche per sorridere delle sue inflessioni contemporanee, come lo zelo censorio della vedova di Carlo Alberto Pisani Dossi, che prima di darlo alle stampe depurò per rasura le più “pericolose” tra le Note Azzurre nei diari del marito. Che dire poi riguardo la categoria bibliofoba per eccellenza, quella dei non-lettori, solida base della sopravvivenza di molta editoria in quanto unici a poter “acquistare un numero di pagine molto superiore al tempo disponibile”. Prime vittime dell’horror libris, i non-lettori sono magistralmente descritti citando Luigi Malerba quando afferma che “[…] la convinzione di avere la libreria colma di capolavori è un conforto che la letteratura può dispensare soltanto a loro, ai non-lettori, senza correre il rischio di provocare delle delusioni”.

Ultima futilità (e autoironia) palazziana definire se stesso ‘topo lettore’, evocando l’animale che per antonomasia trascorre il proprio tempo tra la carta, non sempre con nobili intenzioni. Per chiunque si sia emozionato al racconto dell’avventura di un piccolo sorcio amante della letteratura (Firmino, di Sam Savage), non può non essere altrettanto toccante l’immagine del topolino leggente sul frontespizio di Futilità oppure l’ex-libris di Roberto Palazzi: una civetta ad ali spiegate ed un roditore in procinto di entrare in una gabbia, attirato non da odoroso formaggio, bensì da pile ordinate di volumi, mentre il motto recita, entro il cartiglio, “NON BRAMA ALTR’ESCA”.

FOTO/ via http://www.biblohaus.it;  www.ariannaeditrice.it

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