Lo scaffale dimenticato

Erlend Loe, “Doppler. Vita con l’alce”, Iperborea 2007, traduzione e Postfazione di Cristina Falcinella

di Laura Dabbene

Lo scrittore norvegese Erlend Loe

Con Erlend Loe la Norvegia ha trovato il proprio Woodehouse? Pare di sì. Uno humor diretto e tagliente, nascosto dietro un’apparente leggerezza, racconta verità sotto gli occhi di tutti, ma spesso ignorate.

Le bizzarrie del protagonista, Andreas Doppler, scaturiscono da pensieri che tutti, almeno una volta nella vita, avrebbero voluto mettere in pratica: lasciarsi il mondo alle spalle, rinunciare alle comodità e alla tecnologia cui ci siamo assuefatti, abbandonare gli obblighi famigliari e lavorativi, isolarsi e tornare ad una forma di esistenza, se non proprio primitiva, dominata da necessità basiche. Doppler i presupposti per questo cambio radicale li getta già nella sua vita precedente la fuga nel bosco, quando difende i propri diritti di ciclista metropolitano, rompendo i tergicristalli delle auto indisciplinati, dando botte sui cofani, saltando sui marciapiedi, fino a diventare un fuorilegge che profetizza la futura rivincita della bicicletta, sovrana in un mondo di grassi non-ciclisti che rotolano dentro e fuori dalle automobili. Ma soprattutto ad Andreas non piace la gente: quello che fa, quello che è, quello che dice. E mal sopporta il fatto che appena gli umani occupano un qualsiasi spazio, per quanto vasto sia, esso passa in secondo piano e lo sguardo si catalizza verso di loro, creando l’illusione “che sulla terra l’essere umano sia più importante di tutto ciò che non è umano”. Sceglie allora di vivere in una tenda, accampato nel bosco, così fisicamente vicino alla città, ma così lontano spiritualmente ed eticamente.

Scopre che il bosco ha una propria legge, cui nulla importa delle dinamiche sociali vigenti al di fuori; la Natura ha per lui un sistema così saggio di auto-organizzazione, e così forte, da averlo richiamato a sé da una vita comunitaria in cui, privo di qualsiasi energia positiva, stava diventando un peso per tutti, un vero nemico del popolo “a un pelo dall’aprire una breccia nella fragile illusione di comunità e coerenza”. Nel bosco Doppler si sente liberato dal peso dell’obbligo che più ha intristito la sua vita ‒ quello della “bravura” ‒ entro cui il mondo moderno sta sempre più costringendo gli individui fin dalla tenera età: bravi all’asilo, alle elementari, alle medie e poi al liceo e all’università, con bravi amici e una brava fidanzata destinata a diventare una bravissima moglie, un posto di lavoro bravo che permetta di avere una casa in cui essere bravi genitori. La bravura è dipinta come un vortice: crea dipendenza, e dopo un’intera esistenza di bravura ci si aspetta che si sia bravi ad invecchiare, bravi ad ammalarsi e bravi anche a morire. Con tale consapevolezza, Andreas vorrebbe preservare la prole da questo destino: forse è troppo tardi per la figlia adolescente, tolkeniana invasata, mentre ci sono speranze per il piccolo Gregus, tossicodipendente dalla tv dei bambini. Il corpo del piccino istintivamente freme, in preda al nervosismo, quando arriva l’orario dell’insidioso programma con i Teletubbies che “devono bruciare all’inferno, cazzo…”.

Isole Lofoten: mamma alce e i suoi cuccioli

E poi nel bosco c’è Bongo. Silenzioso, ma indispensabile: “un vero amico. E un delizioso cuscino”. Bongo è il cucciolo d’alce che Andreas adotta dopo averne, per fame, ucciso la madre. Con lui si confronta in un’esilarante partita a memory, naturalmente quello con le tessere degli animali “proprio per dargli una chance”. Parlare non serve e Andreas diventa, col passare dei mesi, “la prova vivente che in fondo non c’è neanche tanto da dire”. Neppure l’idea radicata che si debba per forza fare qualcosa è così convincente. Cercare a tutti i costi di evitare di annoiarsi è inutile: “La noia è sottovalutata” e, proprio all’altro capo dell’inedia, può esistere qualcosa che assomiglia all’appagamento.

Doppler cerca silenzio e solitudine, e sebbene molti giudichino la sua fuga una follia, il bosco intorno a lui finirà con il riempirsi, fino a saturarsi, di presenze umane: individui emarginati, pieni di complessi, che cercano una via di redenzione. A quel punto Andreas sarà costretto ad una nuova migrazione, non prima di aver scoperto, grazie al bosco ed alla faticosa costruzione di un colossale totem ligneo di indubbio gusto kitsch, il valore dei legami di sangue: quello con il padre defunto, mai compreso in vita, e quello con il figlioletto, che lo segue nell’avventura. Insieme a Bongo, naturalmente.

FOTO/ via bokelsker.wordpress.com; http://www.lofoten.it

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