Lo scaffale dimenticato

Jonathan Coe, La pioggia prima che cada, Feltrinelli 2007 («I Narratori»): che cosa convince e che cosa no?

di Laura Dabbene

La copertina dell’edizione italiana

A chiunque abbia letto, e apprezzato, uno dei più famosi romanzi di Jonathan Coe, La casa del sonno (Feltrinelli, 1998), non passerà inosservato quanto in La pioggia prima che cada (The rain before it falls) ci sia davvero molto, forse troppo, Jonathan Coe!

Pare di ritrovare, con altri nomi, altre professioni, altre età e storie differenti alle spalle, i medesimi personaggi; talvolta si duplicano fedelmente anche scene e situazioni, come l’episodio con due donne, amanti tra loro, durante una gita sulla spiaggia con una bambina. Scontato a questo punto segnalare il ripetersi della tematica dell’omosessualità femminile, già indagata ne La casa del sonno con risvolti forti ed emotivamente toccanti, culminanti nella scelta del cambio di sesso per amore dell’altra. Che sia volontario auto-citazionismo, usato come espediente narrativo e gioco meta-narrativo? Anche così, apprezzando questa variazione sul concetto di mis-en-abîme che in tante occasioni può sfociare nella genialità, il risultato di Coe non convince pienamente. Almeno chi scrive.

Nel panorama critico soggettivo lo scrittore rischia di affiancarsi a quella categoria di autori che affascinano alla lettura della prima opera (non necessariamente opera prima), e deludono, con rammarico, dopo la seconda, o anche la terza. Rammarico perché si soffre davvero nel non poter apprezzare senza riserve un libro così straordinariamente british, e un autore che, nella narrativa britannica di cui Ian McEwan è valido termine di confronto di indiscussa qualità, risulta così pienamente inquadrabile. Si potrebbero tralasciare tutti i riferimenti geo-topografici, davvero abbondanti nel romanzo, senza per questo mettere minimamente in dubbio che l’intera vicenda sia, e non potrebbe che essere altrimenti, ambientata in Gran Bretagna.

Jonathan Coe

Come già accennato vi domina l’elemento femmineo, e pare che, nella famiglia di cui si racconta la saga, gli uomini non abbiano mai avuto alcun ruolo se non quello di permettere la nascita di nuove donne al suo interno. È così anche in molti film di Pedro Almodovar, ma mai essi possono essere ridotti entro i limiti di una cinematografia “femminile”, né tantomeno la vena sentimentale sfuma nel melenso. Coe questo scivolone lo rischia talvolta da vicino. Con l’ambizione e l’intento di indagare e scavare nei sentimenti umani che si generano a latere di problemi delicati e attuali, la genitorialità omosessuale o l’inaffettività materna, si cade a volte in una certa banalità, finendo col suscitare più pietà e superficiale commozione che non vera e profonda riflessione.

Nulla di davvero imperdibile, quindi, ma comunque una buona, anzi ottima, letteratura d’evasione; in termini di stile narrativo la storia è impeccabile, e vi si aggiungono una trama avvincente e una scansione del racconto che tiene il lettore “incollato” alla pagina, caratteristica ormai non più esclusiva del genere thriller-noir-giallistico. Una piacevole pausa di svago, da concedersi tra il terzo e il quarto volume della Recherche o come intervallo nell’impresa titanica di terminare (questa volta davvero!) la lista dei grandi classici della narrativa russa ottocentesca.

FOTO/ via www.que-leer.com; gallery.panorama.it/gallery/libri

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