Lo scaffale dimenticato

La copertina del libro

È uno sguardo sulla storiografia artistica italiana, dal XVIII secolo fino alla seconda metà del Novecento, quello che il professor Massimo Bernabò getta in questo saggio pubblicato nel 2003, scegliendo come tema privilegiato quello dell’attenzione verso l’arte bizantina.

Rispetto ad altre tradizioni di studi in Europa, come quella tedesca o francese, in Italia il dibattito storico-artistico su Bisanzio e l’arte orientale resta secondario e marginale fino alla fine dell’Ottocento, anche se un filone ristretto risulta aggiornato ed inizia a guardare a Costantinopoli non semplicemente come erede “corrotta” della Roma imperiale, ma nei termini di un’originale fucina creativa indispensabile per comprendere la genesi, e poi i percorsi, dell’arte medievale. Lo studioso individua in Adolfo Venturi (1856-1941) il primo storico dell’arte italiano capace di sfidare i pregiudizi e cimentarsi con un’esposizione generale dell’arte bizantina, inclusiva di approfondimenti su prodotti spesso trascurati come i manoscritti.

I mosaici ravennati di San Vitale sono tra gli esempi di arte bizantina in Italia

All’alba del XX secolo tuttavia, a confronto di ciò che succede in Francia, dove l’arte bizantina è positivamente valutata per la sua vicinanza espressiva con quella delle avanguardie (i Fauves, Henri Matisse), o nei paesi di lingua tedesca, in cui si diffonde la conoscenza del saggio di Strzygowski (Orient oder Rom, 1901) che cancella il mito di Roma come genitrice dell’arte medievale, l’Italia risulta piuttosto ‘arretrata’: ancora nel primo dopoguerra sposare tesi storiografiche di segno positivo su Bisanzio significava essere giudicati antipatriottici. “Bello” poteva dirsi solo ciò che rispondeva a canoni classici di plasticità e naturalismo, mentre “bizantino” era sinonimo di linearità e astrazione. Bernabò, con grande sensibilità e acume storico, evidenzia come l’ostilità della storiografia italiana verso gli studi filo-bizantini, dominanti in area francese, rifletta bene i contrasti politici di sapore nazionalistico che opponevano i due paesi. Non solo, le controversie sul valore dell’arte costantinopolitana antica vanno di pari passo con quelle vivissimi attorno all’arte contemporanea: le avanguardie artistiche d’oltralpe non amavano l’arte accademica italiana, e viceversa.

L’avvento del Fascismo non stemperò certo i nazionalismi. Essere, nel settore degli studi di storia dell’arte, filo-orientalisti o filo-francesi significava essere contro ogni valore positivo espresso dalla virtus romana: i grandi studiosi sotto accusa furono Lionello Venturi (1885-1961), figlio di Adolfo, e Pietro Toesca (1887-1962), oggi considerati tra gli spiriti più geniali nel loro campo. Esponente invece della linea che esaltava la romanitas fu Ardengo Soffici, artista ma anche teorico di una purezza dell’arte in senso patriottico-razzista. Nei programmi scolastici ministeriali lo studio della storia dell’arte compiva un salto di 400 anni, passando dal VI secolo alla scultura romanica di XII secolo come se in mezzo non vi fosse nulla.

Questa dicotomia tra romano e bizantino pervadeva tutto il campo della storiografia artistica e anche nella valutazione della pittura di Giotto giocavano questi fattori: per i critici dell’ala ‘romanista’ il maestro toscano era colui che aveva riportato la pittura alla sue matrici romano-classiche, per gli ‘orientalisti’ tutti i pittori del Duecento, incluso Giotto, muovevano dalla tradizione bizantina, elemento di continuità tra antichità e Medioevo.

Il secondo dopoguerra e la caduta del fascismo segnarono la fine della retorica romanista, ma non della questione bizantina. Sorsero nuovi interrogativi e si aprì una nuova stagione capace di restituire all’arte costantinopolitana il suo ruolo ed accorgersi del ritardo italiano rispetto non solo al resto d’Europa, ma anche agli Stati Uniti, dove due strutture spiccavano per attenzione al tema orientale: il Departement of Art and Archaeology della Princeton University e il Dumbarton Oaks Center for Bizantine Studies.

Uno degli studi di Kurt Weitzmann

Da lì partirono a fine anni ’40 le idee destinata a capovolgere la prospettiva fino ad allora dominante grazie a personaggi come Kurt Weitzmann o Charles Rufus Morey: accolse la loro rivoluzione ideologica un archeologo senese, Ranuccio Bianchi Bandinelli (1900-1975), che nel 1955 scrisse il necrologio di Morey riconoscendone il fondamentale contributo scientifico alla conoscenza del trapasso tra arte ellenistica e bizantina-medievale e il merito di aver sradicato il pregiudizio riguardo una separazione tra arte tardoromana pagana e arte paleocristiana.

Restavano ancora aperti molti problemi, tra cui quelli di metodo. Privilegiare una lettura stilistica, legata ai dati formali, o una iconologica, più aperta ad indagare i significati? Anche di fronte a questo bivio l’Italia risentiva del peso dell’estetica crociana e la strada che preferiva l’analisi della forma e dello stile era certamente quella più battuta: entrambi gli elementi pesarono sulla lunga incomprensione dell’arte bizantina nel nostro paese e dal 1960 al 2000 i contributi alla bizantinistica da parte di studiosi italiani sono stati pochi e secondari. Allo stesso modo sono stati accolti e tradotti saggi di esperti stranieri – come Ernst Kitzinger – che suggerivano letture  stilistico-formali facili da accettare e rispondenti alla tendenza dominate.

Ma una nuova generazione di storici dell’arte, soprattutto tra gli specialisti che si dedicato all’illustrazione libraria, ha nell’ultimo decennio rilevato la necessità di ripercorrere a ritroso la tradizione degli studi di bizantinistica e guardare alle tesi ‘orientaliste’ per una migliore comprensione della continuità tra arte antica e medievale. Uno di questi è proprio il professor Bernabò.

Laura Dabbene

FOTO via: http://www.accoglienzaturistica.ra.it; www.libreriauniversitaria.it; http://www.amazon.com

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Una risposta a Lo scaffale dimenticato

  1. avatar
    Janeece 22/08/2011 a 19:15

    Grade A stuff. I’m uneqsutoinably in your debt.

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