Libriuniamoci – 150 anni di Unità d’Italia e di libri

Quando nel 1906 la Società Tipografica Editrice Nazionale (Sten) pubblicò “Una donna”, la sua autrice Rina Faccio, meglio nota con lo pseudonimo di Sibilla Aleramo, aveva trent’anni e alle spalle esperienze sufficienti a riempire un’intera esistenza.

La vita della Aleramo fu segnata dalle figure maschili incontrate sul suo cammino: prima il rapporto conflittuale col padre, poi la violenza subita da un operaio dello stabilimento dove era impiegata come contabile, la tormentata storia d’amore col “maledetto” Dino Campana, il legame col nazionalsocialista Julius Evola che fu tra i firmatari del Manifesto della razza, la decennale relazione col poeta Franco Matacotta.

Ma presentare e spiegare la vita e l’opera di Sibilla Aleramo solo attraverso gli uomini che amò, sarebbe riduttivo e per certi versi offensivo.

“Una donna”, considerato da molti solo un’opera femminista, è invece da considerarsi un tentativo di raggiungere maggiore consapevolezza di sé, di controllare le vicende di una vita che altrimenti scivolerebbe via come sabbia tra le dita ed è un testo che si offre ai lettori come un romanzo, come un diario, come un’autobiografia.

La protagonista, appartenente ad una famiglia di elevata estrazione sociale, economica e culturale, vive i privilegi della sua condizione, incoraggiata a coltivare la propria indipendenza da un padre apparentemente progressista e illuminato che le affida un ruolo di relativa responsabilità nella fabbrica che dirige.  Adolescente volitiva e intelligente, la giovane vive una breve infatuazione per un operaio della fabbrica che in seguito abusa di lei. Allo stupro seguono una gravidanza e un matrimonio riparatore imposto dalla famiglia, momento cruciale in cui la protagonista vede crollare il mito di suo padre e l’affetto che la legava a lui. Proprio il bambino rappresenta per lungo tempo l’unico legame tra la donna – che ormai vede in se stessa la debolezza e l’instabilità mentale di sua madre – e la vita, fino a quando lei stessa decide di emanciparsi e sganciarsi da un marito fedifrago e paradigma di ottusità e misoginia.

Quello che colpisce della narrazione è la capacità di rendere universale il parti

colare, il saper dare vita allo spaccato operaio della fabbrica paterna, alla mentalità falsamente illuminata della borghesia industriale di inizio secolo, all’esistenza fatta di calli e stenti delle donne del popolo, alla lotta delle classi lavoratrici e, soprattutto, alla battaglia di ogni donna che cerca di non soccombere sotto il peso di una società che vorrebbe tutte le donne prostituite per il bene del maschio.

A circa cinquant’anni dall’Unità, “Una donna” si impose sul panorama letterario e politico, esponendo la Aleramo a non poche critiche da parte di molti intellettuali, anche a causa dei suoi legami sentimentali – talvolta saffici – e del suo femminismo, tutt’altro che velleitario, ma frutto di un’educazione politica che la portarono dal socialismo al fascismo, fino a farla approdare al comunismo dopo il 1945, e non certo per vigliaccheria.

Mentre la Aleramo e molte altre donne della cultura italiana – alcuni

Una fotografia di Sibilla Aleramo

esempi sono Matilde Serao, Maria Montessori, Emilia Mariani e Ada Negri, prima donna ad essere ammessa alla Reale Accademia d’Italia – riescono a ritagliarsi uno spazio di tutto rispetto nella vita sociale, politica e culturale del Paese, le donne del popolo per lungo tempo hanno continuato a essere in condizione di inferiorità e subordinazione, donne a cui la fame e l’analfabetismo hanno reso impossibile alzare la testa e riappropriarsi della loro esistenza.

Oggi, mentre l’Unità d’Italia è un dato di fatto – anche se continuamente minacciata e messa in dubbio – la figura della donna è di nuovo sotto i riflettori, e non per particolari meriti. Anzi.

Il nostro Paese è un triste esempio di ambiente decisamente ostile alle donne, per noi è difficile realizzarci come donne, come madri, come lavoratrici, come esseri umani, ma di certo non è solo colpa della misoginia di alcuni individui. Tutte le donne dovrebbero sforzarsi di mantenere integra la propria dignità: le fonti del potere di una donna – di ogni essere umano –  sono il coraggio, l’intelligenza, la grazia, la forza, non quello che, per un puro caso genetico, abbiamo tra le gambe.

«Povera vita, meschina e buia, alla cui conservazione tutti tenevan tanto! Tutti si accontentavano: mio marito, il dottore, mio padre, i socialisti come i preti, le vergini come le meretrici. Ognuno portava la sua menzogna, rassegnatamente. Le rivolte individuali erano sterili o dannose, quelle collettive troppo deboli ancora, ridicole quasi, di fronte alla paurosa grandezza del nostro atterrare».

(Da “Una donna” di Sibilla Aleramo, 1906)

Francesca Penza

Foto via:  www.lavocedifiore.org

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