Libriuniamoci – 150 anni di Unità d’Italia e di libri

È fatta! Il 17 marzo è arrivato e passato, col suo carico simbolico e le sue polemiche, con i suoi (tri)colori e la pompa magna delle istituzioni, una festa bellissima e necessaria, che tra qualche tempo cadrà nell’oblio, soppiantata dalle ben più pressanti faccende della vita di tutti i giorni. E l’orgoglio italiano chi ce l’ha ce l’ha, chi non ce l’ha non sarà certo stato illuminato da poche ore di cinguettante patriottismo, purtroppo.

Ai cittadini comuni, che l’Italia la amano sempre e comunque, non resta che continuare a cercare la conoscenza, non quella assoluta sia ben chiaro, ma quei piccoli frammenti di storia e di vita che possono servire a comprendere meglio il mondo in cui viviamo.

Oggi proponiamo un’altra tessera del nostro mosaico letterario, una raccolta di riflessioni di Antonio Gramsci, tratte dai suoi “Quaderni dal carcere” scritti tra il 1929 e il 1935, con argomento proprio l’Unità d’Italia e il Risorgimento, riflessioni riedite da Donzelli in un volumetto di poco ingombro, ma di enorme peso storico e culturale.

Antonio Gramsci nacque ad Ales, in provincia di Cagliari, nel 1891. Durante gli anni del liceo partecipò attivamente al movimento socialista che abbandonò definitivamente nel 1920, anno in cui fu tra i fondatori del Partito comunista italiano. Nel 1926, a trentacinque anni, fu arrestato e condotto in isolamento al carcere di Regina Coeli a Roma, trasferito a Ustica e poi nel carcere di San Vittore a Milano. Condannato a scontare  più di dodici anni di carcere per la sua militanza nel Partito comunista, nel 1934 ottenne la libertà condizionale a causa delle sue condizioni di salute. Morì nel 1937, il 27 aprile, pochi giorni dopo aver riacquistato la libertà.

Il primo approccio con gli scritti di Gramsci è spesso ostico, anche a causa dell’interpretazione forzatamente storiografica a cui la sua produzione è stata sottoposta, mentre invece – come si legge nell’introduzione del volume a cura di Carmine Donzelli – dovrebbero essere considerati testi di teoria politica pura, uno strumento per comprendere la situazione politica italiana dagli albori ai giorni nostri.

Questo punto di vista è del tutto condivisibile, soprattutto alla luce del fallimento della prospettiva politica abbracciata da Gramsci: l’idea comunista. Nonostante Gramsci sia innegabilmente un vinto – dalla storia così come dagli ideali – le sue analisi sono approfondite e attendibili, frutto di riflessioni spesso dolorose, forse con scopo politico, ma mai demagogiche.

Il Quaderno 19 – quello in cui Gramsci fece confluire tutti gli appunti sparsi relativi a Risorgimento e Unità e che costituisce gran parte del libello presentato  – tenta di portare alla luce le fasi del processo preunitario, tutto quello che accadde prima del 1861 e che dovrebbe permettere di capire quando il Risorgimento ebbe inizio e quali rapporti legano quegli eventi a ciò che è avvenuto dopo. Uno scavare in testi, personaggi, correnti politiche, circostanze storiche, uno scavare fruttuoso e sorprendente, considerando che la fonte principale dei Quaderni è la memoria dello stesso autore, vista la penuria di materiali a cui Gramsci ebbe accesso durante la sua prigionia.

Le aree di analisi sono cinque: la prima relativa al Risorgimento e alle sue interpretazioni; la seconda dedicata allostudio della direzione politica pre e post unitaria; la terza atta a sviscerare le forze politiche in campo; la quarta in cui viene presentato il rapporto tra città e campagna e tra Nord e Sud; la quinta, in cui Gramsci analizza il Risorgimento come “rivoluzione passiva”.

Antonio Gramsci

«Esiste una notevole quantità di interpretazioni, le più disparate, del Risorgimento. La stessa quantità di esse è un segno caratteristico della letteratura storico-politica italiana e della situazione degli studi sul Risorgimento. Perché un evento o un processo di avvenimenti storici possa dar luogo a un tal genere di letteratura occorre pensare: che esso sia poco chiaro e giustificato nel suo sviluppo per la sufficienza delle forze intime che pare lo abbiano prodotto, per la scarsità degli elementi oggettivi nazionali ai quali fare riferimento, per la inconsistenza e gelatinosità dell’organismo studiato».

Queste parole esprimono esattamente lo spirito con cui tutt’ora si affrontano le questioni risorgimentali e l’Unità d’Italia, a cui seguono da anni tutte le dispute sulla Questione meridionale e sull’incapacità della classe politica postunitaria di condurre il Paese verso il giusto sviluppo politico economico, fallimento in cui, a ben guardare, la borghesia italiana ha giocato un ruolo fondamentale: «La borghesia italiana è nata e si è sviluppata affermando e realizzando il principio dell’unità nazionale. Poiché l’unità nazionale ha rappresentato nella storia italiana la forma di una organizzazione tecnicamente più perfetta dell’apparato mercantile di produzione e di scambio, la borghesia italiana è stata lo strumento storico di un progresso generale della società umana. Oggi, per gli intimi, insanabili conflitti creati dalla guerra nella sua compagine, la borghesia tende a disgregare la nazione, a sabotare e a distruggere l’apparato economico così pazientemente costruito».

Gramsci è tutt’altro che attuale, almeno non nel senso più stretto del termine, ma proprio per questo è essenziale per uno studio politico della storia del nostro Paese, purchè ci si imponga di non pretendere un passepartout: si finirebbe col cadere nella trappola di un inutile e svilente “relativismo” storiografico.

Francesca Penza

Foto via: http://www.cultura.marche.it

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