Libri al rogo. “Inseparabili” di Alessandro Piperno

La copertina capovolta, prassi di Libri al rogo

Stroncare un libro è sempre impresa che espone a seri rischi e incisive diatribe ancor più se la penna di chi scrive non ha l’autorevolezza di un critico letterario di professione, o almeno la competenza maturata sul campo di un militante, ma la piccola esperienza di un anonimo che si sforza di essere – quantomeno – un lettore forte. Se si ha poi la malaugurata pretesa di esporre un proprio giudizio non entusiastico su un romanzo da plurime giurie insignito del premio letterario più famoso d’Italia, lo Strega, il coraggio va afferrato, dopo un respiro profondo, senza pensarci troppo.

Inseparabili di Alessandro Piperno, Strega 2012 e secondo capitolo di un annunciato dittico: Il fuoco amico dei ricordi. Chi a partire dal titolo corra subito con la mente alle torbide e perverse atmosfere del capolavoro cinematografico di David Cronenberg (1998, tratto a sua volta da un’opera letteraria), al ventre molle di un rapporto tra fratelli in cui ossessioni, perizia medico-scientifica e sadismo vanno a braccetto, richiami subito a terra l’aquila pindarica del pensiero e delle aspettative. Filippo e Samuel Pontecorvo sono al massimo uno sbiadito ricordo di Beverly e Elliot Mantle, magistralmente interpretati da Jeremy Irons.

I protagonisti del romanzo di Piperno, già noti a chi avesse letto Persecuzione (2010), sono cresciuti e, a modo loro, divenuti adulti, dopo un’infanzia prima dorata e privilegiata insieme ai coetanei della “Roma bene” tra i villini dell’Olgiata, poi ferita e bruscamente interrotta dall’onta dell’accusa piombata sul padre Leo (pedofilia). Il minore, Semi, sembra aver pienamente realizzato il suo destino di primo della classe: dopo la laurea e anni di esperienza maturata nell’alta finanza newyorkese è entrato nel mondo del commercio mondiale di cotone sotto l’ala protettiva di un leader del settore (Jacob Noterman), genitore del suo coinquilino ai tempi della Grande Mela. Il più grande, Filippo, ha allo stesso modo percorso la strada che per lui – dislessico, svogliato e del tutto privo di ambizioni – pareva obbligata: sposato con un’ereditiera anoressica e psicotica (Anna), precoce starletta di Non è la Rai ed ora attrice di fiction alla ricerca di un ruolo nel cinema d’autore finalmente all’altezza del suo talento, è quel che si dice “un mantenuto”.

Ma il vento sta per cambiare, anzi, già in avvio di romanzo è chiaramente mutato. Filippo, dotato oltre che di estro culinario di una certa vena artistica nel disegno, sta per diventare una star dopo che il film tratto dal fumetto da anni nel cassetto, Erode e i suoi pargoli (nato dalla breve esperienza come medico in paesi del Terzo Mondo), è diventato fenomeno globale portandolo prima ospite sulla Croisette e poi in cattedra alla Bocconi, ma soprattutto trasformandolo – in momenti diversi e consequenziali – in oggetto di superlativi elogi, vittima di feroci critiche e bersaglio dell’estremismo islamico. Samuel al contrario sta passando dagli onori all’infamia, dalla gloria alla polvere, dalla ricchezza alla bancarotta dopo essersi imbarcato – contro il volere del suo capo – in un affare milionario rivelatosi una truffa; il tutto mentre l’ormai decennale relazione con la fidanzata (Silvia), a discapito dell’impotenza di cui il ragazzo soffre e dell’adulterio consumato con una ventenne ugualmente affetta da disturbi della sessualità (Ludovica), si accinge ad essere coronata dalle nozze.

Piperno, dopo aver delineato i Pontecorvo bambini e adolescenti, prosegue con Inseparabili nel tracciare – attraverso i due fratelli divenuti uomini – l’epopea di questa famiglia, minuziosamente e talvolta stucchevolmente ebraica: ecco uno dei luoghi comunidel romanzo, quello di un’identità (non solo religiosa), che concorre a delineare la storia ricorrendo però ad artifici che suonano spesso palesemente (e troppo) costruiti a tavolino (il cognome da ragazza squisitamente giudeo della madre Rachel; le digressioni, che si vorrebbero forse trasgressive, sul membro maschile circonciso; i riuali della festa del Seder di Pesach che nel finale dovrebbe riunire la famiglia, ma invece vede il disgregarsi della patina di apparente perbenismo della stessa e squarcia il velo delle ipocrisie nei rapporti fratello-fratello e figlio-madre).

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Le descrizioni-digressioni di Piperno sono dense di dettagli e capillarmente riempiono i “buchi” conoscitivi volutamente lasciati nel precedente romanzo, ma il raffinato e intellettuale ricorso ed excursus proustiani – dove a partire da un elemento si scatena il dispiegarsi dei ricordi – sembrano voler essere forzatamente così fini ed elitari (farciti di allusioni e citazioni nascoste) fino a sortire (ahimè…ahinoi) l’effetto opposto di uno sterile esercizio di stile, dove l’uso superbo delle parole non induce (quasi) mai quei moti dell’animo che si vorrebbero provare. Lo sforzo dell’autore di tracciare le personalità complesse di Filippo e Samuel, le dinamiche del loro rapporto reciproco e di ognuno dei due con gli altri (il padre, la madre, le donne, le amanti) si risolve – in particolare nella prima parte del romanzo – in frequenti scontate banalità che poco si addicono ad uno scrittore tanto celebrato, con un passato (e un presente) da critico e saggista.

Non va comunque buttato via il bambino insieme all’acqua sporca, o almeno così insegna saggiamente la cultura popolare. Ecco allora che certuni di questi passaggi raggiungono il cuore e lo stomaco, contorcendolo, come quando Filippo – per natura ipocondriaco e capace di superare la paura della fine solo nei pochi anni di pratica della vita militare – ripiomba in antichi timori, sentendo incombere su di sé la morte nella più fredda delle sue forme e nella più impersonale delle sue immagini: quella di un sacco nero che avvolge un corpo ormai cadavere, ancora tiepido ma ormai ridotto a membra disarticolate, che nel cadere provoco un tonfo sordo. È il sacco nero in cui percepisce per l’ultima volta la fisicità ormai annullata del padre morto, in cui chiude i ricordi di Federica, una ragazzina morta di leucemia in tenera età, e di Elodie, la donna amata che ha deciso di suicidarsi, e che ad un certo punto dell’esistenza diventa uno spettro cui vivere accanto, «un sacco nero già pronto per lui, da qualche parte».

Di limitato gradimento – ma qui si entra sempre più nella pura soggettività – la scelta di un narratore onniscente che con repentine incursioni (e un passaggio di registro alla prima persona singolare) ammicca al lettore, elargisce più o meno timidi giudizi, dice più di quello che il vero autore vuole rivelare ma meno di ciò che chi legge vorrebbe sapere: non soddisfa e non ripaga il “colpo di scena” finale in cui questo narratore si dichiara, stupendo senza dubbio qualcuno e sollevando dal dubbio atroce di un autoreferenzialismo che sarebbe stato difficile perdonare: almeno non si tratta di Piperno!

Un libro insomma di cui si può tranquillamente fare a meno e che difficilmente resterà tra gli Strega ormai classici, quelli davvero indimenticabili (L’isola di Arturo di Elsa Morante, 1957; La chiave a stella di Primo Levi, 1979; Il nome della rosa di Eco, 1981).

A. Piperno, Inseparabili. Il fuoco amico dei ricordi. Milano, Mondadori, 2012. «Scrittori italiani e stranieri». € 20

Laura Dabbene 

 

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