Libia: Francia contro Italia ma il petrolio se lo beve la Svizzera

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Mahmoud Jabril e il premier, Silvio Berlusconi

Roma -  Insomma, alla fine, il petrolio libico a chi tocca? Alla Francia di Nicolas Sarkozy, il quale per soffiarci la partnership africana ha fatto esplodere una guerra? Alla nostra Eni, presente dagli anni ‘50 ed un accordo blindato con il National Oil Corporation (Noc) per altri 30 anni?

Rumors – A sentire le voci ufficiose di agenzie e stampa quel che traspare è tutto ed il suo contrario. Prendiamo la Francia. Giorni fa, il quotidiano di sinistra Liberation ha pubblicato uno scoop che parzialmente era già noto: rappresentanti delle maggiori compagnie petrolifere francesi (Total, Eads, Vinci e Sofrecom), in data 3 aprile, avrebbero firmato un patto con il nuovo governo libico, il Consiglio nazionale di transizione (Cnt).  Termine essenziale dell’accordo: la fornitura del 35% dell’estrazione di greggio in terra di Libia alla Francia, in ragione dell’immediato aiuto che Sarkò ha concesso agli insorti contro Gheddafi. Questa la notizia. Subito dopo le smentite.

Il Cnt e l’emiro del Qatar – paese direttamente coinvolto nel commercio del greggio dalla Libia – hanno negato qualsiasi accordo con la Francia sulla base di preferenze politiche. Il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, si è sbrigato a rendere noto di non essere a conoscenza di alcun patto e il quotidiano nazionale Libero è andato oltre. Sembra che alla fine di agosto, l’ad dell’Eni, Paolo Scaroni, sia stato presente all’incontro milanese tra il premier, Silvio Berlusconi, il ministro degli Esteri, Franco Frattini e il primo ministro del Cnt, Mahmoud Jibril. In quella sede sarebbero stati firmati una serie di nuovi accordi tra Libia e Italia per le forniture di greggio anche in virtù di una negoziazione tra il nostro paese e la città di Bengasi, a corto di benzina per i propri mezzi e disposta a pagare il carburante con barili di petrolio. Ragion per cui, Scaroni e una nutrita squadra di tecnici, il 29 agosto, erano a El Feel, nella raffineria di Al-Zawiya, per far ripartire l’estrazione e rifornire i ribelli. Non è finita.

Pare che in aprile, le compagnie francesi abbiano sì concordato un patto ma non con il Cnt, bensì con un non meglio accreditato “Fronte popolare della Libia” non autorizzato a trattare la gestione delle materie energetiche, cosa concessa solo al Cnt che da poco ha preso la direzione del Noc e solo ieri è stato riconosciuto come organismo politico-economico anche dal Fondo monetario internazionale (Fmi).

Così, tra le rettifiche e l’irritazione delle compagnie francesi, torniamo a bomba: a chi toccarà il petrolio libico tra i vari competitor occidentali, Italia e Francia per primi?

Petrolio –  Verrebbe da pensare che la Francia corre una corsia preferenziale. E’ così. Sarkò ha appoggiato la rivolta (che diversamente sarebbe stata subito repressa), ha foraggiato di armi gli insorti (armi che passavano per il Qatar con il beneplacito dell’emiro), ha costretto la Nato ad appoggiare il conflitto (che altrimenti si sarebbe ben guardata dall’intervenire in faccende tra islamici). Naturale, ora, che i petrolieri d’oltralpe passino alla cassa a farsi saldare il conto. Il problema, però, è l’Italia, o meglio l’ENI.

La compagnia, tra il 2007/2008 – ai tempi del patto d’amicizia Berlusconi-Gheddafi -, aveva rinsaldato con il Noc un contratto di partnership che prevedeva un ulteriore investimento dell’ENI in Libia per circa 14 miliardi di dollari. Il tutto con una stipula che consentiva all’italiana l’estrazione del petrolio fino al 2042 e del gas fino al 2047. In soldoni, si tratta di 230/250mila barili di greggio al giorno (20% della produzione nostrana) e dagli 8 ai 16 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Una enormità alla base della nostro fabbisogno economico-domestico. Poi Gheddafi è stato disarcionato ma questo – in teoria – non cambierebbe l’accordo. Gli organismi internazionali, infatti,  imporrebbero che le intese di partnership non si facciano con i governi in carica ma con i paesi. Sana abitudine per cui, se un governo viene a mancare, sono salvi gli equilibri da esso allacciati. Così dovrebbe essere, ora, anche tra il Cnt, l’ENI e la spagnola Rapsol che – si lamenta la Total – sono attualmente le uniche compagnie ad aver messo piede nella nuova Libia.

Tutto facile, dunque? Macché. Il Cnt non può permettersi di perdere l’appoggio della Francia, quasi quanto non

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Mahmoud Jabril all’Eliseo

può permettersi di contravvenire dichiaratamente ad intese prese in precedenza con altri stati. Nel primo caso
perderebbe un partner potente contro il raìs in fuga ma non ancora sconfitto, nel secondo creerebbe scompiglio nei mercati già in travaglio causa crisi, rendendosi inaffidabile agli occhi degli investitori. E allora?

Svizzera – Il dado sarà tratto quando la Libia riprenderà le estrazioni a pieno regime, cosa prevista tra circa 15 mesi. Allora (se non prima) sapremo chi si è intascato cosa a scapito di chi. Per il momento c’è solo una certezza: il primo contratto del Noc è stato siglato, in settimana, con il colosso elvetico Glencore. Quando si dice che tra i 2 litiganti il terzo gode…

Chantal Cresta

Foto || ansa.it; tmnews.it

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2 Risponde a Libia: Francia contro Italia ma il petrolio se lo beve la Svizzera

  1. avatar
    Orlando 12/09/2011 a 18:15

    L’articolo è stato scritto da uno straniero?

    Rispondi
    • avatar
      Chantal Cresta 13/09/2011 a 10:51

      No, da me. Mi dica tutto, prego.

      Rispondi

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