La crisi dell’euro e l’apertura ai paesi dell’Est

La Romania è un osservato speciale per il destino dell'euro, pur non facendone ancora parte

Bruxelles – L’instabilità politica dell’Italia, la bancarotta sfiorata da Cipro con un prelievo forzoso dai conti correnti dei cittadini, il disastroso indebitamento delle banche della Slovenia e i nuovi ingressi nella zona euro, a partire dal 2014, sono i protagonisti di un quadro particolarmente delicato per la moneta unica che, a poco più di dieci anni dalla sua introduzione, fa i conti con il rischio concreto di implosione che proviene dagli stessi stati membri dell’Unione Europea, e in particolar modo dall’Europa dell’est, che ha raggiunto Bruxelles in massa con le espansioni del 2004 e 2007.

Iniziamo quest’analisi rivolgendoci proprio ai paesi dell’Europa orientale. Il 1° gennaio 2014, la Lettonia diverrà il diciannovesimo stato ad adottare l’euro come moneta nazionale, e dopo un anno sarà raggiunto da Lituania, Bulgaria e Romania. Fra poco meno di due anni, dunque, l’economia europea dovrà sostenere l’impatto dell’apertura alle nazioni più povere del continente (ultima la Romania, penultima la Bulgaria), impatto che, per i principi fondanti dell’Unione, sarà molto forte.

Il Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, firmato a Lisbona nel 2007 e ratificato negli anni successivi dagli stati membri, stabilisce infatti agli artt. 121 comma 1,3 e 122 comma 1,2 i principi di coordinamento comune dell’azione economica e solidarietà tra gli stati, qualora uno di questi «si trovi in difficoltà o sia seriamente minacciato da gravi difficoltà, calamità naturali o circostanze eccezionali».

Statistiche alla mano, i paesi come Romania e Bulgaria potrebbero, una volta adottato l’euro, ricorrere a Bruxelles paventando una instabilità dei conti pubblici tale da pregiudicare la stabilità stessa della moneta comunitaria, magari passando per il ben noto Meccanismo europeo di stabilità (o Fondo salva-stati che dir si voglia), al quale i diciotto paesi dell’euro contribuiscono in misura proporzionale al Pil nominale, e con una quota su quest’ultimo di circa l’8-9%.

Ragionando su queste quote, i quattro nuovi membri contribuirebbero all’Esm per circa 5,5 miliardi, una somma che è pari a quella della sola Slovacchia, potendo richiedere a quest’ultimo organismo europeo, in caso di difficoltà (come già detto), prestiti con tassi fissi o variabili a seconda della somma richiesta.

Al di là della mera – e peraltro evitabile in un contesto di crescita generalizzata – situazione di rischio, resta comunque la preoccupazione rispetto a quelle economie sofferenti non in maniera acuta (dovuta cioè a crisi economiche e finanziarie come quella in corso), ma cronica. Anche stavolta, prendiamo in oggetto la Romania, che con la fine dell’Unione Sovietica (non ne era parte integrante, ma vi si appoggiava come repubblica comunista) ha visto un ulteriore aggravamento di quell’economia prevalentemente industriale che fu imperante nella dittatura di Ceausescu. Più volte, nell’ultimo quarto di secolo, il paese dei Balcani ha fatto ricorso a prestiti internazionali e manovre interne gravose per i cittadini, come l’innalzamento, nel 2010, dell’Iva dal 19 al 24%. Pertanto, il “rischio contagio” appare non solo evidente, ma anche maggiore rispetto, ad esempio, a Cipro.

Il "Fate presto" del Sole 24 Ore del 10 novembre 2011 è ancora più attuale oggi

Non dimentichiamoci, tuttavia, che la crisi viene anche dal nucleo storico della moneta, dall’Italia che, in una situazione politica di drammatica indecisione, deve fare i conti con un rinnovato rischio credibilità sui mercati internazionali. Sebbene, infatti, i tassi d’interesse dei Btp a 10 anni siano ben più bassi dei picchi dello scorso luglio, e si assestino nel momento in cui si scrive sul 4,8%, non sono poi lontani da quel 5% che gli analisti considerano, comunque, eccessivamente alto per essere ripagato da una grande economia, quali quella italiana.

Per questo, sia Moody’s che S&P, le due maggiori agenzie di rating, potrebbero rivedere nuovamente a ribasso la classificazione del debito sovrano italiano. Per Moody’s, in particolare, il nostro debito è già a livello Baa2, a soli due gradini da quel Ba1 che viene bollato come “investimento speculativo”. Se ciò dovesse avvenire, il denaro dall’estero cesserebbe di arrivare, preferendo cioè gli investitori un minore riscontro economico, piuttosto che il rischio di non rientro dei capitali.

Con la Spagna a livello Baa3 (come la Romania, peraltro), e la Grecia già da tempo in default, appare evidente che sia la Banca Centrale Europea che il direttorio europeo Bruxelles-Strasburgo-Lussemburgo debba agire in fretta, e in totale sinergia (politica, in primis), per evitare che la crisi continui a fare vittime, sia a livello macroeconomico che umano. Un lato, quest’ultimo, che troppo spesso viene sottovalutato.

Stefano Maria Meconi

@_iStef91

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