Legge di Stabilità al vaglio di Ue e Quirinale. Pressing sulle Regioni

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I toni della dialettica si sono abbassati ma sotto la cenere arde la brace infuocata fra Governo e Regioni sulla nuova legge di Stabilità 2015. Domani un vertice chiave fra esecutivo centrale e governatori sui punti critici della manovra economica, sopratutto sulla quota di spending di quattro miliardi di euro a cui le regioni devono mettere mano per far quadrare i soldi della finanziaria.

IL VAGLIO E I DUBBI

Secondo la legge, il Quirinale dovrebbe attendere il placet della ragioneria dello Stato  per vagliare e bollinare la legge di stabilità e il suo impatto sui conti pubblici attuali. E tuttavia Napolitano ha iniziato l’esame del testo preventivamente, senza che la stessa Ragioneria abbia dato il suo imprimatur. Il Colle fa sapere in una nota che esso sarà adesso oggetto di un attento esame essendo per sua natura un provvedimento molto complesso. Una complessità indubbia considerato l’approccio anticiclico di questa finanziaria la quale sfida l’Europa sulla crescita e sul rispetto dei parametri.

In questo risiko di posizioni, l’Italia è un player che stavolta non gioca in difesa, bisogna ammetterlo: il coraggio di alzare l’asticella del rapporto deficit/Pil fino al 2,9 fa storcere il naso ai rigoristi dentro la Commissione europea, Katainen in testa il quale sibila in una dichiarazione che: “Non è il momento – adesso –  di parlare di lettere all’Italia. Ora siamo concentrati nell’analizzare le cifre e le misure che ci ha inviato il governo italiano”. Speriamo che tutto vada per il meglio.

Rimangono forti i dubbi sulla tenuta dei conti e si lavora al bollino di sostenibilità di questa finanziaria ma sarà il via libera dell’Europa lo snodo che decongestionerà la manovra perché sarà il primo esempio di politica espansiva dell’Eurozona barattata con le riforme strutturali chiesti ai paesi in recessione. La legge di stabilità renziana – a detta del governo – tiene insieme come un unico grappolo tutte le componenti di crescita (sgravi alle imprese, mercato del lavoro, liquidità in circolo, rilancio dei consumi) in un circolo che si crede virtuoso e fruttuoso.

E LE REGIONI?

Ma se è vero che si negozia ad extra con Bruxelles – ricordiamo con la Commissione uscente guidata da un Barroso da sempre poco simpatico con l’Italia – sul fronte interno si lavora con le regioni le quali hanno poche ragioni per sbraitare e stracciarsi le vesti. Il commissario uscente sulla spending rewiew, Carlo Cottarelli, ieri sera ha solo accennato – e si è limitato ai numeri macro – quanto grasso cola sulla spesa delle regioni evocando inutili e improduttive sedi estere di regioni a suon di soldi pubblici dicendo: “Un contributo le regioni lo devono dare, 4 mld sono il 2,8% della loro spesa e non è una cifra enorme”.

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E se è vero che la loro spesa è diminuita progressivamente, contestualmente essa non è efficiente allo stesso modo in tutte le zone del paese, sopratutto per beni e servizi sanitari. È così strano parlare di razionalizzazione della spesa regionale? È così marziano auspicarla quando 15 regioni su 20 sono sotto inchiesta per inchieste di peculato, appropriazione indebita, inefficienza sugli stanziamenti nazionali ed europei, rimborsi elettorali? L’alibi e il ricatto di alzare le tasse perché verrebbero meno i servizi ai trasporti e alla sanità è un argomento francamente debole e inaccettabile quando con gli stessi soldi alcune regioni fanno quadrare bilanci e prestazioni mentre altre, sopratutto al sud, continuano a drenare denaro pubblico, sprecandolo inesorabilmente.

CHI RISPONDE CHI

Quello che sta accadendo comunque è un cambiamento di paradigma e di narrazione del regionalismo italiano: chiunque fosse stato al governo avrebbe fatto i conti con questa situazione paradossale: lo sciagurato Titolo V che ha trasformato in peggio le regioni da centri di organizzazione a apparati di gestione è un nodo che viene al pettine quando la calcolatrice ha ripreso a funzionare e a darci numeri intollerabili. Altrettanto surreale è vedere – in tv – il governo nazionale di questi anni (Berlusconi, Monti, Letta e adesso Renzi) farsi massacrare per la mancata crescita quando a sedersi sulle poltrone dei talk show dovrebbero starci i governatori magari in un dibattito nel quale dovrebbero rispondere della loro inefficienza o magari delle loro virtù.

Sarebbe gustoso e gratificante – capitolo per capitolo – accreditare a Lombardia e Emilia le eccellenze della loro sanità e criticare Sicilia o Calabria per i buchi di bilancio in quel settore. Così come applaudire la Calabria per aver vinto il campionato mondiale della robotica ma deplorare e chiedere le dimissioni alla regione Liguria per la mancata gestione del dissesto idrogeologico e per aver dato – al comune di Genova – premi per risultati sinceramente non visibili se chiedi ai cittadini. Se invertiamo le parti, a prescindere da chi sta al governo, bisognerebbe dire che le regioni gestiscono soldi nazionali, di tutti i cittadini, e prelevano addizionali per poi non essere capaci di calibrare le loro spese e dare il loro contributo al riequilibrio economico del paese. Se le regioni non sono capaci, i loro governatori si prendano le loro responsabilità e ne traggano le conseguenze.

Giuseppe Trapani

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