Le mille polemiche sul finanziamento pubblico ai partiti

Matteo Renzi (twitter.com)

Roma - Tanto per cambiare, i partiti che sostengono il Governo non sono d’accordo sul da farsi. L’oggetto della contesa è la riforma del finanziamento pubblico ai partiti. Il 31 maggio il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge per abolire gradualmente il finanziamento pubblico ai partiti, sostituendolo con un sistema di incentivazione fiscale per i contributi dei privati cittadini. L’abrogazione dell’attuale sistema avverrà per gradi. Il contributo pubblico sarà ridotto al 60% nel primo esercizio successivo a quello dell’entrata in vigore della legge, al 50% nel secondo esercizio e al 40% nel terzo esercizio, per poi cessare del tutto. A regime – nel 2017, se la legge sarà approvata dal Parlamento entro quest’anno – gli unici canali di finanziamento dei partiti saranno le erogazioni volontarie.

Il problema, però, è che non c’è l’accordo fra le forze politiche, e quindi rischia di saltare il voto entro l’anno, rinviando ulteriormente l’abrogazione. Silvia Velo, vicepresidente del gruppo del Partito democratico alla Camera, spiega: «Proprio perché il nostro paese sta andando verso l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, è indispensabile porre un tetto alle donazioni private. Nel resto d’Europa esistono forme di finanziamento pubblico della politica ma in Italia c’è un sentimento diffuso che ne chiede la cancellazione: ciò non può significare, tuttavia, che i partiti debbano essere messi nelle mani solo dei ricchi. Il tetto proposto dal Pd alle donazioni dei privati, peraltro in termini molti ampi, rappresenta il minimo sindacale, cioè la soglia da non valicare senza ledere il rispetto dei principi contenuti nella Costituzione». Ma il centrodestra non è dello stesso avviso.

Silvio Berlusconi si è detto favorevole all’abrogazione: «Mi impegno a presentare in Parlamento, nel primo mese del mio Governo, una legge che abolisca il finanziamento pubblico dei partiti» (14 gennaio 2013). Peccato che il Cavaliere sia stato il Presidente del Consiglio di tre governi, e nessuno di questi ha abolito il finanziamento pubblico ai partiti.
Il candidato alla segreteria del Pd Matteo Renzi ha fatto di questa battaglia uno dei suoi punti forti, così come il Movimento 5 Stelle che vi ha rinunciato. Anche Nichi Vendola non si è detto contrario: «Sono per abolire il finanziamento pubblico e per rimborsi elettorali che vengono dati su documentazione certa. Sono anche per rivedere le forme di finanziamento dei privati alla politica, perchè voglio evitare che siano i ricchi a dominare. Penso anche a limiti di spese per le campagne elettorali come per esempio avviene nel modello francese. Tutto questo deve rientrare in un’idea di riforma dei partiti che però devono restare architrave di una riforma della politica» (11 Marzo 2013). Sel però non vi ha rinunciato. Nel Partito Democratico, invece, vige ancora la linea della vecchia dirigenza che non è favorevole all’abrogazione tout court.

Franco Fiorito (buonenotizie.it)

Questo dibattito però è paradossale. Innanzitutto non si capisce perché mai i cittadini italiani dovrebbero finanziare delle associazioni non riconosciute come i partiti politici. Se i partiti si impegnassero a non rubare più, allora una sorta di finanziamento statale si potrebbe sopportare. Ma in Italia gli scandali finanziari che riguardano i partiti sono ormai all’ordine del giorno. L’ex senatore del Pd Luigi Lusi è indagato per aver sottratto i soldi dei rimborsi elettorali in virtù del suo incarico di tesoriere della Margherita, creando una contabilità parallela. L’ex capogruppo del Pdl alla Regione Lazio Franco Fiorito è stato condannato nel maggio 2013 a tre anni e quattro mesi dal gup Rosalba Liso. Era accusato di peculato per essersi appropriato di oltre un milione di euro dai fondi del gruppo regionale del Pdl. Due esempi che dimostrano come le ruberie siano bipartisan e non da incolpare a un solo schieramento.

Diverse volte i governi italiani hanno preso delle decisioni impopolari giustificandole dicendo «ce lo chiede l’Europa». Bene, nell’ottobre 2012 l’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha votato a larga maggioranza – e con il voto favorevole dei 3 parlamentari italiani presenti, Pietro Marcenaro (Pd), Federica Mogherini (Pd) e Giacomo Santini (Pdl) – una risoluzione in cui si chiede ai 47 Paesi membri dell’organizzazione di introdurre legislazioni sul finanziamento delle campagne elettorali e dei partiti. Nel documento che accompagna la risoluzione l’Italia viene citato come uno dei paesi che «ha ancora diverse importanti deficienze in questo ambito che devono essere affrontate come priorità». Perché questa volta i politici italiani fanno finta di non sentire le richieste europee?

Giacomo Cangi

foto: twitter.com; buonenotizie.it; blitzquotidiano.it

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