Lavoro. Introduzione alla riforma che abbatte l’occupazione

Elsa Fornero

Nessuna riforma al pari di quella del lavoro si scontra con il campo delle aspettative dei suoi destinatari. L’imprenditore anela, grazie ad un riassetto della legislazione, che siano diminuiti i costi del lavoro. Il lavoratore, subordinato o meno, ambisce ad una sconfitta definitiva della sua precarietà e ha come obiettivo professionale, il raggiungimento definitivo della stipula di un contratto a tempo indeterminato. Da almeno vent’anni in Italia, il mondo del lavoro è attraversato da queste due volontà opposte, sempre in conflitto, per ricongiungersi però in un medesimo risultato: l’insoddisfazione. È in essa che la tensione svilisce e muore. Che l’insoddisfazione fosse il prodotto anche della riforma Fornero era un risultato premeditato. Il tradimento delle aspettative, l’ennesimo, è stato la costante nelle molteplici variabili. Sarebbe tutto più facile se essa fosse ancora una semplice bozza ancora oggetto di concertazione. Potrebbe in tal modo assurgere ad essere solo un vano tentativo di riorganizzazione dei principali assetti istituzionali e i tentativi, per definizione, possono anche fallire. Ma essendo essa entrata in vigore con L.92, il 28 giugno 2012, pone ormai problematiche evidenti sotto molteplici profili. Innanzitutto la chiarezza. Strutturata in soli 4 articoli dai molteplici commi, la riforma si atteggia a mò di mostro giuridico dalle dodici teste camuffato dal solito titolo ottimista improntato ad una prospettiva di crescita. Sotto toni giustizialisti che mirano a fare in modo che il contratto a tempo indeterminato sia “il contratto dominante”, si nascondono zone d’ombra che finiscono per oscurare i propositi di disincetivo totale dei contratti a termine e a progetto, considerati come le cause principali della trasformazione concettuale della mobilità in precarietà. C’ è stato chi, all’ascolto della notizia, ha tirato sospiri di sollievo in preda al mondo delle illusioni tanto dolce quanto mendace e dopo un’accurata analisi è risprofondato nel mondo della realtà più crudo di come l’aveva lasciato. La riforma, assente totalmente nei punti focali come la disciplina dei compensi o dello stesso esito finale che si propone, il contratto dominante, aumenta i costi del lavoro dell’1,4% per i contributi a carico del datore del lavoro per i contratti a termine e prevede un’aliquota contributiva del 33% per l’indennità di fine rapporto per quanto concerne i contratti a progetto (al pari del lavoro subordinato).

In fondo si tratterebbe anche di trend normativi interessanti, se non fosse che la stessa riforma smentisce sè stessa in quasi tutti i nuclei tematici che tratta (apprendistato, licenziamenti, Aspi, dimissioni, ammortizzatori sociali) attraverso la circolare ministeriale num.18 del 18 luglio 2012. La stessa avrebbe dovuto contenere semplicemente le indicazioni operative relative all’applicazione della riforma. Ma così non è stato. Probabilmente, consapevoli del delirio giuridico prodotto, i promulgatori hanno fatto fallaci passi indietro e nella consueta impresa di deresponsabilizzazione dell’operato svolto, attraverso la stessa circolare hanno dettato nuove disposizioni. Il risultato è stato peggiore delle aspettative che questa volta sono state rispettate. Le problematiche, al di là del sostanziale, vigono innanzitutto a livello formale. Le circolari ministeriali sono da sempre atti subordinati e tangenti alle leggi e vincolano come tali solo il personale ministeriale. Tutti sanno che quando gli errori sono a monte tutto ciò che nasce dall’errore stesso è destinato a franare. Cosicché, volendo riportare solo un esempio, se nel testo di riforma ufficializzato con legge, è sancito che il contratto a termine può avere una durata massima di 36 mesi, nella circolare si specifica che il limite massimo di 36 mesi è valevole per i soli contratti di amministrazione. E ancora. Se con L.92/2012 è vietato qualsiasi rapporto a termine dopo i 36 mesi, nell’atto ministeriale si ritiene opportuno specificare che una volta scaduto il termine di 36 mesi, si può continuare ad utilizzare la somministrazione a termine. Trovare lavoro è sempre più difficile

Tutto ciò che ne viene fuori è mostruoso. Nella non delineazione di regole comportamentali nette, le imprese così come gli operatori, sono posti di fronte al bivio per cosa optare: seguire ciò che è stato affermato in una legge affiancata da una circolare di smentita o aspettare che la già oberata quanto farraginosa giurisprudenza prenda una posizione su tali tematiche? E se nel frattempo si formassero gli orientamenti giurisprudenziali, il mercato dovrebbe fermare totalmente perché lo stesso datore di lavoro, appesantito da una maggiorazione dei contributi, non rinnovi il contratto a termine o nell’ipotesi più grave, decida addirittura di bloccare le assunzioni?

La riforma vuole forse combattere la mobilità con l’immobilismo economico. Il Wall Street Journal, rifacendosi ad un linguaggio puramente figurativo, banalizza l’atto legislativo affermando che è possibile svuotare il lago di Como con mestolo e cannuccia. Ironia difficile da smentire in un paese dove sono le stesse legislazioni sul lavoro a far cadere ogni tentavo di ripresa.

Alessandra Filice

Foto || lecconotizie.com

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